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il Talentothe Talent

A volte basta davvero poco..alcuni bambini, basta osservarli e ci si rende subito conto del loro talento: per la musica, lo sport, l’arte, o per una delle tante attività che caratterizzano il genere umano. Spesso il talento traspare inevitabilmente, con grande naturalezza, evidente e radioso come il colore dell’alba. Una volta scoperto, è facile per un genitore incoraggiare i propri figli a esprimere questo dono con spontaneità, poiché altrettanto spontaneo è il meccanismo che lo genera, a prescindere dalla sua specificità.

Meno imprescindibile è il contesto, ovvero quanto lo scenario possa favorire o meno i suoi possibili protagonisti. Lo dico perché a volte non sempre è possibile scorgere il sole che sorge: a causa delle nuvole, per nostra distrazione, assenza, o perché attratti da altre cose. Così, alcuni di questi talenti restano sottaciuti, inespressi, inutilizzati, come il biglietto vincente della lotteria dimenticato in un cassetto..

A volte però, il tempo è galantuomo e può accadere che nuovi eventi riescano a scuotere anche il più robusto degli alberi, facendo cadere a terra dei frutti mai visti, liberando risorse a lungo nascoste, capaci di cambiare in meglio la vita di una persona e, sovente, non solo la sua.

Un caso storico, portato agli onori della cronaca mondiale, è certamente quello di Susan Boyle  (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): un grande, incredibile talento, rimasto a lungo nascosto dietro la propria apparenza e ai pregiudizi che da questa scaturivano.

Sono tante le ragioni per cui certi doni che la natura ci regala, tardano a rivelarsi: di certo uno dei motivi per i quali adoro il mio lavoro è perché mi offre l’opportunità di aiutare le persone a trovare il proprio tesoro, per apprezzarlo, goderlo e condividerlo con gli altri; non meno appassionante è affiancare chi già è consapevole delle proprie risorse ma desidera averne un maggiore controllo per raggiungere più agevolmente i propri obiettivi.

Ho visto persone ultraquarantenni realizzare sogni ultraventennali, con l’entusiasmo di un bambino, la consapevolezza di un adulto, l’incanto di chi ha riscoperto la vita e la leggerezza di chi ha capito come prenderla.

A prescindere da chi lo possiede, il talento è una magia che non ha età , che non ha scadenza: è un isola che attende di emergere, una vela spiegata in attesa del vento,  un fiore che prima o poi sboccerà liberando profumi e colori.

Per questo il talento va scovato, stanato, sfamato, coltivato, cresciuto, protetto, incoraggiato.  E’ una delle risorse naturali più preziose del patrimonio umano: accrescerne la consapevolezza, imparare ad avvalersene con abilità e coscienza, significa dare un senso compiuto a questo dono, valorizzando la nostra stessa natura. Capito questo, mettere il proprio talento al servizio degli altri è sicuramente il modo più bello per ringraziare chi ce l’ha procurato, indipendentemente da chi ci piace pensare che sia stato.Sometimes you just really a little .. some children, just look at them and we are immediately aware of their talent for music, sports, art, or for one of the many activities that characterize the human race. Often, the talent shines through inevitably, quite naturally, clear and bright as the color of the sunrise. Once discovered, it is easy for a parent to encourage their children to express this gift with spontaneity, just as spontaneous as it is the mechanism that generates it, regardless of its specificity.
Less essential is the context, I mean, how the scenario could help or not its possible protagonists. I say this because sometimes it is not always possible to see the rising sun: because of the clouds, to our distraction, absence, or because we were attracted by other things. Therefore, some of these talents remain unspoken, unexpressed, unused, as the winning lottery ticket forgotten in a drawer..
But sometimes, time is a gentleman and it is possible that new events are able to shake even the sturdiest of trees, making the unseen fruits fall to the ground, freeing up resources in the long hidden, that are able to change a person life, in  better, and , often, not just his.
A historical case, led to the headlines worldwide, is certainly that one about Susan Boyle (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): a great, incredible talent, long remained hidden behind their appearance and prejudices that arose from this.
There are many reasons why certain gifts that nature gives us, are slow to be: certainly one of the reasons why I love my job, it’s related with the opportunity to help people find their treasure, to appreciate, enjoy it and share it with others, not less exciting than supporting those who already are aware of their resources but want to have more control to better achieve their goals.
I’ve seen people over 40 realizing dreams which were lasting for decades, with the enthusiasm of a child, the awareness of an adult, who has rediscovered the magic of life and lightness of those who have figured out how to get it.
Regardless of who owns it, talent is a spell that has no age, which is not dated: it is an island waiting to emerge, a sail awaiting the wind, a flower that will blossom releasing scents and colors.
This is why talent should be discovered, dug out, fed, cultivated, grown, protected, encouraged. It is one of the most precious natural resources of the human heritage: raising its awareness, learning to use it with skill and conscience, is to give full meaning to this gift, celebrating our own nature. Understanding this, putting our own talents at the service of others is surely the most beautiful way to thank those who have procured it to us, regardless of whoever we like to think it was.

Lezione di felicita’Lesson of Happiness

Era bella la mia Porsche, la mia prima 911, bianca e muscolosa, elegante e al tempo stesso sportiva: era la manifestazione visibile della mia personalità, il prolungamento smisurato del mio ego, o, se preferite, il prolungamento del mio ego smisurato.

Comunque, adoravo quella macchina e l’accudivo con la stessa maniacalità con la quale ciascun adone cura se stesso.

Un giorno come tanti, guidando in città, una piccola distrazione le costò l’offesa di un parafango ammaccato. Un danno da poco per molti, una coltellata sul quadricipite femorale per me: come quando una macchia di sugo si tuffa sulla tua cravatta migliore, o ti accorgi che le tarme hanno banchettato con il tuo pullover di cachemire,  o cogli in flagrante la fidanzata (tua) con il migliore amico (tuo, anche quello). Insomma, la tragedia greca interpretata con pessimismo cosmico leopardiano, elevato all’ennesima potenza.

Non ero neanche sceso a guardare: non volevo sapere ciò che già immaginavo e non volevo che i miei occhi potessero scorgere un dramma ancor peggiore di quanto l’immaginazione non avesse già fatto. E poi era sabato e con i carrozzieri chiusi non avrei neppure potuto cercare il conforto immediato del pronto soccorso.  Come gettare benzina sul fuoco, direte voi: no, per me era come un B-29 che sganciava napalm su una raffineria di petrolio.

Ero così giunto a un semaforo e, nell’attesa del verde, biascicavo tutto il mio odio per quel giorno nefasto, con virtuosismi semantici che avrebbero oscurato un’aurora boreale, tanto che se la rabbia fosse stata una forma di energia alternativa, avrei potuto alimentare un quartiere di Los Angeles e avanzarne per scongelare il Polo Nord.

Mentre tutto questo accadeva, la mia attenzione venne attratta da un signore dall’aspetto distinto, che con aria serafica attraversava la strada con il suo cane. Aveva un passo tranquillo e sicuro, un viso rilassato e procedeva sereno per la sua strada incurante del caos cittadino: su una mano impugnava un bastone bianco, troppo sottile per sorreggere il suo peso..sull’altra stringeva qualcosa che somigliava più alla maniglia di un carrello della spesa che a un guinzaglio per cani.  Attraverso il parabrezza, come fosse stato dallo schermo di un televisore, osservai inebetito questo “non vedente” attraversare la strada: sul viso un sorriso che pareva fare il verso alla Gioconda, una postura eretta che esprimeva dignità, procedeva con grande naturalezza, accompagnato dal suo fedele amico a quattro zampe.

Fu come accendere un faro sul mio incommensurabile egoismo egocentrista, sulla fragilità del mio sistema valoriale, su quelle deficienze che il moderno linguaggio magnanimamente definirebbe “aree di miglioramento”..

Sembrava un film, un fulmine a ciel sereno, un bagno d’umiltà nel Gange, la quiete dopo la tempesta, un sorso di saggezza dopo l’arsura della follia, il ritorno alla ragione dopo il delirio, un assaggio di felicità dopo l’oblio.

A volte per crescere basta essere un po’ curiosi, saper osservare e confrontare cosa ci accade dentro con ciò che accade fuori: solo allora sarà possibile capire quanto la lungimiranza sia una virtù più legata alla mente e allo spirito che alle diottrie..e che la vita è una grande riserva di opportunità dove la caccia è sempre aperta, senza discriminazioni di sorta, alla portata di chiunque abbia voglia di guardarsi intorno, vedente o meno..She was beautiful my Porsche, my first 911, white, muscular, elegant and sporty at the same time: it was the visible manifestation of my personality, the invaluable extension of my ego, or, if preferred, the extension of my invaluable ego.
However, I loved that car and I took care of her with the same maniacal care with which each Adonis cares himself.
A day like any other, driving in the city, a small distraction caused her a dented fender. A little damage for  most of the people, a jacknife in the quadriceps femoris for me, as when a drop of coffee lands on your favorite tie, or you realize that the moths have feasted with your cashmere sweater, or your girlfriend has escaped  with the best friend (yours, even that). In short, the Greek tragedy played with cosmic pessimism, elevated to the nth degree.
I was not even looking down there, avoiding  to discover a drama even worse than my imagination had not already done so. And then it was Saturday and with the body-workers closed, it wouldn’t  even offered the consolation by  an immediate first aid. Like throwing gasoline on the fire, you may say: no, for me it was like a B-29, which unleashed napalm on an oil refinery.
I was thus arrived at a traffic light, waiting for the green, muttering all my hatred for that fateful day, with semantic virtuosity that would have obscured the aurora borealis, so that if the anger had been a form of alternative energy, I could supply a neighborhood of Los Angeles, and still have some more to thaw the North Pole.
While all this was happening, my attention was attracted by a distinguished-looking gentleman, who with seraphic mood was crossing the street with his dog. He had a quiet and safe passage, a relaxed face and proceeded to his own way regardless of the surraunding chaos: on one hand he held a white stick, too thin to support his weight, whilst on the other grasped something that looked more like the handle of a shopping cart than a dog leash. Through the windshield, as it was from a TV screen, I watched this “blind” crossing the street with a smile depicted on his face that seemed to make the Mona Lisa, an upright posture expressing dignity, proceeded quite naturally, accompanied by his faithful canine friend.
It was like turning a light on my immeasurable egocentric selfish, on the fragility of my value system, on those deficiencies that modern language generously would define “areas of improvement” ..
It looked like a movie, a thunderclap, a humility bath in the Ganges river, the calm after the storm, a taste of wisdom after the burning of madness, the return to reason after the delirium, a taste of happiness after the oblivion.
Sometimes in order to grow up, you just need to be a little curious as much as to observe and compare what is happening inside with what is happening outside: only then can you understand how “the vision” is a virtue which is more linked to the mind and spirit than a bunch of diopters , as much as life is a boundless prairie of opportunities where hunting is always open, without any discrimination, within the possibility of anyone is willing to look around, blind or not ..

Pensare da Vincente (terzo atto)

Difficile: quante volte lo abbiamo sentito dire? Quante volte lo abbiamo pensato? Difficile da credere, difficile a dirsi, difficile riuscirci.

“Difficile” è una parola che per molti raffigura un ostacolo, se non addirittura una preclusione. A volte utilizziamo questa parola perfino come sinonimo di negazione solo per evitare l’imbarazzo di pronunciare un “NO”: così alla domanda “verrai?” .rispondiamo “..difficile..”.

Eppure, affrontare le difficoltà con consapevolezza rappresenta uno stimolo meraviglioso: l’opportunità di dimostrare a se stessi e agli altri quanto la parola “ difficile” sia sinonimo di “possibile”.

Se scalare gli ottomila (ovvero le montagne più alte del mondo) fosse stato facile, oggi nessuno conoscerebbe Reinhold Messner: il fatto che scalare una montagna come l’Everest sia un’impresa difficile per alcuni e impossibile per altri,  è la ragione per la quale ci sono uomini  che si spingono oltre i propri limiti, fino a realizzare il proprio sogno, attraverso una scrupolosa e sacrificante preparazione  (che può rappresentare la sottile differenza tra tornare trionfanti o non tornare affatto).

Talvolta alcuni campioni crollano nel rendimento in seguito alla perdita delle proprie motivazioni: vincono, stravincono, fino a quando diventa talmente facile che lo stimolo a proseguire perde la sua ragione d’essere. Per questo i migliori sono quelli che riescono a rinnovarsi continuamente, trovando sempre nuovi stimoli, sfide con le quali confrontarsi, rimettendosi in discussione come se ogni primato raggiunto non avesse più alcun valore di riferimento per il futuro.

Così, se vincere diventa più difficile in seguito all’arrivo di un nuovo contendente fuoriclasse, oppure per sopraggiunta anzianità , o in seguito ad un brutto infortunio..qualunque sia la natura della complicazione, per un vincente si tratta di un dono, del sale della vita, della garanzia che il giocattolo ancora non si è rotto e il divertimento non è ancora finito.

La storia è ricca di imprese impossibili riuscite con successo..nello sport come nella vita di tutti i giorni: come Alex Zanardi, tornato a vincere nelle competizioni automobilistiche dopo avere perso le gambe in un terribile incidente (automobilistico), piuttosto che il recente il caso dei minatori Cileni sopravvissuti ad una sepoltura di quasi tre mesi a 700 metri di profondità.

Per questa ragione, quando sentiamo pronunciare (o pronunciamo) la parola “difficile”, pensiamo sempre a quale straordinaria esperienza potremmo trovarci di fronte e quale incredibile opportunità avremo per sperimentare e scoprire le incredibili risorse che la natura ci ha donato per affrontare una vita difficile e piena di soddisfazioni.

Provare a vincere

Mettiamo subito in chiaro una cosa: “provare a vincere” è una contraddizione in termini.

Per permettersi il lusso di ambire a un obiettivo così importante (vincere per vincere) è necessario premunirsi di una congrua dose di autodeterminazione, quanto basta per non prendere minimamente in considerazione l’eventualità che le cose che stiamo per determinare non accadano.

Neuro-linguisticamente parlando, il termine “provare” reca in sé, implicitamente, la possibilità che una determinata cosa che auspichiamo avvenga, possa anche non accadere: tutto questo può anche essere vero ex post, ma non di certo ex ante..e comunque non di certo nella testa di chi ha deciso di mettersi in gioco per ottenere il massimo; insomma, concedersi delle probabilità di successo significa implicitamente accettare anche delle probabilità di insuccesso…distrazione mentale che è distonica rispetto all’obiettivo.

E allora, chi mai dovrebbe scommettere sul nostro inevitabile trionfo se noi stessi per primi lo consideriamo soltanto probabile ??  Senza contare che, se è probabile, può essere altrettanto improbabile..

Nella testa di un campione, l’incertezza non è contemplata: vincere è l’unica opzione possibile; nella testa di un campione il podio ha soltanto uno scalino con il suo nome scolpito in carattere gotico a lettere dorate. Una volta acquisita, pensare da vincenti è un’attitudine mentale che rappresenta una risorsa straordinaria in ogni circostanza quotidiana, dentro e fuori dallo sport: una virtù capace di renderci reattivi e propositivi di fronte a qualsiasi evenienza prevista o imprevista; è la capacità di saper concertare strategie ed azioni sempre orientate a colpire il bersaglio, indipendentemente dalla sua posizione e distanza.

Naturalmente quando parliamo di un Campione, ci riferiamo a qualcuno che ha già appreso la dolorosa e difficile arte di saper perdere: parliamo dell’apprendimento di una virtù che si chiama umiltà; dell’imparare a comprendere i propri sbagli per costruirvi sopra le future strategie vincenti. Parliamo di dedizione, perseveranza, sacrificio, in nome di un sogno che si vuole, fortissimamente, a tutti i costi concretizzare.  In questo il Campione si pone in evidenza sugli altri: perché la sua determinazione permane quando gli altri vacillano, la sua mente resta forte e lucida anche quando il fisico è più debole, affinché ogni più piccola risorsa disponibile sia reclutata con il massimo impegno per il raggiungimento del massimo risultato possibile.

Per vincere, allenarsi non è solo questione di quantità ma soprattutto di qualità: per un atleta vincente , la concentrazione che precede il gesto atletico è sacra e indispensabile per la perfetta esecuzione tecnica.

Ovviamente, vincere non è un concetto assoluto: qualunque esso sia,  la vittoria è il raggiungimento di un obiettivo specifico che ci proponiamo di raggiungere: se il 50° posto del ranking di un determinato sport rappresentasse (in un determinato momento) il nostro reale potenziale esprimibile, piazzarsi al 57° posto non rappresenterebbe certo un successo; da quel maledetto 57° posto osserveremmo che qualcun altro è comodamente seduto sulla nostra poltrona n° 50, per nostra e soltanto nostra gentile concessione; dovremmo pensare che se lui è seduto lì, dove avremmo dovuto essere seduti noi, non è per suo merito perché è stato molto bravo, ma perché noi non lo siamo stati abbastanza. Ed allora, andarci a prendere quello che ci spetta dovrà essere la nostra principale ragione di vita (in termini agonistici ovviamente), fino a quando avere conquistato la 50a posizione del ranking avrà voluto dire avere vinto, avendo centrato il massimo risultato raggiungibile alla nostra portata

E poiché la vittoria ha un sapore che tende a sfumare presto, lavorare per andare oltre, sarà l’unico modo per ravvivarne il gusto..

Certamente per mettere in pratica tutto questo e determinare quello che si chiama “vantaggio competitivo”, ci sono tanti piccoli segreti che in questa sede non posso certo svelare.. Tuttavia,  una cosa è certa:

per “provare”, esistono gli allenamenti: le gare, servono solo per “vincere”. Inevitabilmente.

Rabbia, paura ed autocontrollo

Avere autocontrollo significa possedere una grande virtù, estremamente utile per affrontare e gestire adeguatamente i momenti più difficili.

Quello che è importante capire è che tale virtù non è necessariamente un dono di nascita ma un’attitudine che può essere studiata, desiderata, appresa e sviluppata.

Innanzi tutto sfatiamo il mito che vuole descrivere coloro che possiedono un grande autocontrollo, persone senza paura e prive di sentimenti negativi: a cosa servirebbe allora avere autocontrollo se non ci fosse nulla da tenere sotto controllo? Che bisogno avremmo di gestire la paura se ne fossimo privi a prescindere?

Ecco che allora chiunque fosse portatore di grande autocontrollo, sarebbe certamente una persona che avrebbe largamente sperimentato cose come la “paura vera” , come pure altri poco nobili sentimenti quali l’odio e la rabbia..

Tutto questo accade perché la natura ce lo impone: esiste il giorno e la notte, il caldo ed il freddo, il bello ed il brutto, il giusto e lo sbagliato..tutta la nostra vita si svolge a cavallo di fattori diametralmente opposti e differenti, con i quali tentiamo quotidianamente di stabilire un equilibrio, che sia congruente con i nostri valori, la nostra identità, le nostre ambizioni.

Sentimenti apparentemente negativi come la rabbia o la paura, hanno l’importantissima funzione di comunicarci dei messaggi che potrebbero rivelarsi vitali per la nostra sopravvivenza: è grazie alla paura di perdere i nostri figli che siamo premurosi e vigili; ed è imparando ad autocontrollarci che evitiamo di sconfinare in comportamenti eccessivi, ossessivi e controproducenti, che finirebbero per trasmettere incertezza, instabilità e timore di ogni minima cosa. La rabbia invece, talvolta ci aiuta a scoprire quanto una cosa fosse veramente importante per noi, rendendoci più consapevoli delle nostre fragilità ma anche della nostra determinazione a diventare più forti.

Per questo, imparare la difficile arte del gestire convenientemente le proprie emozioni, è fondamentale per crescere, maturare e rafforzarsi in modo sano e virtuoso.

Risolvere civilmente un conflitto interpersonale, affrontare efficientemente un compito in classe, scattare al momento giusto dai blocchi di partenza dei 100mt piani, frenare l’impulso di strangolare la suocera, sono solo alcune delle migliaia di azioni che ogni giorno tentiamo di  gestire responsabilmente e comunque nel nostro interesse. Non a caso, la prima cosa da imparare a fare per acquisire il controllo delle nostre azioni è chiedersi sempre quali benefici ci porterà ciò che stiamo per fare e se sia la cosa più giusta per noi: domandarsi se non ci siano altre possibili opzioni più compatibili con i nostri interessi; tentare di esplorare le possibili conseguenze per valutarne l’impatto sul presente e nel futuro; infine agire nella modalità che abbiamo individuato come più opportuna per le circostanze.

Ovviamente quando siamo in condizioni di stress tutto questo andrebbe elaborato in pochi istanti..ma come ho detto, l’autocontrollo è qualcosa alla quale occorre educarsi (o essere educati) affinché diventi parte del nostro patrimonio comportamentale più spontaneo.

Come la PNL insegna, a volte può essere utile ispirarsi a qualcuno che conosciamo ed al quale attribuiamo determinate doti, in modo da riprodurre quel determinato comportamento che consideriamo vincente per affrontare una determinata circostanza (per la quale riteniamo di non avere abbastanza risorse per uscirne bene).

Personalmente, vengo da una famiglia in cui l’autocontrollo era un pilastro fondamentale dell’educazione, con il quale coincidevano anche dei valori importanti come la giustizia e la non violenza: “se pensi di essere nel giusto, per quale ragione devi dimostrarlo con un linguaggio violento che è tipico di chi non ha argomenti validi?”  Così, associare la calma con la “virtù dei forti” e la rabbia incontrollata con il tipico “comportamento da deboli”, può ulteriormente motivare il percorso di crescita verso la consapevole determinazione delle proprie azioni.

E a pensarci bene, anche una famosa pubblicità di pneumatici recitava: “la potenza è nulla senza il controllo”…

Pensare da Campione (atto secondo)

Valentino Rossi oggi dovrebbe decidere il suo possibile rientro al Gran Premio di Germania che si correrà domenica prossima, a poco più di un mese dal terribile incidente in cui si procurò la frattura esposta di tibia e perone. A prescindere dal fatto che  rientri a correre proprio questo gran premio oppure il prossimo, la cosa evidenzia due aspetti:

1)      il primo la dice lunga sui progressi della medicina e della chirurgia ortopedica in particolare; stiamo parlando di una gamba spezzata, le cui ossa sono addirittura fuoriuscite dalla carne e dalla pelle; una frattura scomposta ed esposta, sistemata con viti al titanio come una volta si sarebbe rappresentato in un film di fantascienza, fatto di androidi–replicanti. Chi non ha visto le foto del suo recente test alla pista di Misano, sappia che parliamo di un ragazzo che si è presentato davanti alla moto-razzo in tuta “spaziale” e stampelle ortopediche: una scena surreale per l’incongruenza dell’insieme; sembrava più una delle sue solite pantomime che una cosa vera.

2)      e restando in tema di androidi, per chi lo ha visto, Valentino ricorda le qualità del personaggio-androide “Sonny” del film  “I-Robot”: un androide molto diverso da tutti i suoi simili perché oltre alle qualità fisiche sovraumane, tipiche della sua specie, era stato anche dotato della capacità di provare emozioni, tanto che Valentino ha capacità di concentrazione e calcolo che sono paragonabili alla freddezza di un killer, se non fosse per quanto cuore mette in tutto ciò che fa.

Per chi conosce bene gli sport “pericolosi”  praticati  ad alti livelli, è noto che a parità di gravità di un incidente da cui si può guarire i traumi migliori siano quelli cranici…perché il cervello a un certo punto “stacca la spina” e l’atleta non ricorda l’accaduto, tanto meno la sua dinamica. Questo caratteristico tipo di amnesia, è il meccanismo celebrale che ha permesso a tanti piloti di tornare in pista dopo incidenti a dir poco terribili quanto spettacolari.

Nel caso del pilota di Tavullia questo non vale: il pilota della Yamaha ha vissuto ogni istante della sua drammatica caduta, rimanendo lucido dalla perdita del controllo della sua moto fino al trasporto in ospedale. In questo caso, per Continue reading

Avere un’ esigenza non vuol dire avere un problema

Molti anni fa, quando ero un giovane manager rampante (o quanto meno credevo di esserlo), lavoravo come funzionario commerciale in una delle maggiori società di gestione del risparmio italiane.

Poiché i nostri fondi comuni di investimento erano distribuiti attraverso una moltitudine di istituti bancari, capitava molto raramente che ricevessimo dei clienti presso la nostra sede. Un giorno mi chiesero di occuparmi di un signore che si era presentato nei nostri uffici e così lo accolsi in una delle sale riunioni disponibili.

Si trattava di un uomo sui settanta anni portati bene, vestito casual ma ben curato: ancora ricordo i capelli bianchi e quel giubbotto di Polo Ralph Lauren,  che gli dava un aria giovanile ma calibrata, senza scadere nell’effetto “vorrei ma non posso”.

Mi presentai con una stretta di mano facendolo accomodare al tavolo, per poi esordire con disinvoltura nel modo più infelice che potessi trovare, dicendo: “allora, mi dica pure il suo problema”.

Il suo volto improvvisamente cambiò espressione, facendosi scuro come se gli avessi insultato a morte l’intero albero genealogico: i suoi occhi si fecero di ghiaccio, facendo precipitare la temperatura della stanza a livelli antartici. Senza che avesse il bisogno di insinuarsi, il dubbio che avessi commesso una clamorosa gaffe era già una monolitica certezza, inevitabile quanto le parole che avrebbe pronunciato con tono perentorio: “Scusi, cosa le fa pensare che io abbia dei problemi ??…Le ho forse detto di avere un problema??!!”…

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I figli sono come un po’ come i cani

Chiedo scusa per il titolo ma volevo essere premeditatamente provocatorio e spiegherò il perché.

Talvolta c’è gente che per qualche ragione desidera un cane, senza considerare che si tratti comunque di una forma di vita organica, provvista di esigenze alquanto ovvie (e prevedibili) come fare la pipì al meno un paio di volte al giorno. Queste persone, se vi soffermerete ad osservarle, noterete con quanta fretta ed insofferenza accompagnano il proprio Fido ad espletare le sue inevitabili funzioni fisiologiche, incitandolo a sbrigarsi e strattonandolo malamente (con il guinzaglio) ogni qualvolta si sofferma ad annusare il suo fantastico mondo fatto di odori. In quel momento lui non è più quella dolce palla di pelo che aspetta il  ritorno a casa del padrone per fargli le feste: non è più quella creatura adorabile che almeno per un po’ aveva riportato la serenità  in famiglia. No: in quel momento è diventato l’invalicabile ostacolo che si frappone tra costoro e l’orario della partita di calcetto; è il monolitico obelisco egiziano che devono lentamente e  faticosamente trascinare fino al proprio sito archeologico; più pesante dello zaino tattico degli alpini (40kg) dopo una marcia di 20 km in montagna e più testardo di un mulo sordo, il povero cane viene appellato manco fosse responsabile del disastro petrolifero nel Golfo del Messico.

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