Tag: pensiero positivo

Il bambino che alberga in noi

Questi due bambini che giocano felici con i racchettoni nelle calde acque del Mediterraneo siciliano, sono Luca Vanni e Thomas Fabbiano, due dei migliori tennisti italiani in circolazione nel panorama mondiale. Continue reading

[:it]Miracoli della natura umana[:]

[:it]Cos’è che permette a un’atleta di esprimere una performance apparentemente impossibile?

Il mondo dello sport è ricco di storie straordinarie che raccontano imprese miracolose e inconcepibili, che hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria e nel cuore di tante persone: emozioni profonde e intense, propagate da un singolo individuo a una folla sconfinata, colpita dall’eccezionalità di un evento travolgente, unico e irripetibile. Continue reading

Il linguaggio interiore nello sport

Lavorando con atleti di varia età e sport praticati, ho notato una comune modalità di linguaggio interiore: tutti si ripetevano cosa non fare o cosa evitare con frasi del tipo “non devo fare un’altra brutta figura”…”non devo perdere”…”non devo cadere”, etc..

Da un punto di vista neurolinguistico, questo tipo di focalizzazione è caratteristico di un approccio (verso se stessi e gli altri) negativo e controproducente, in quanto porta ad allontanarsi da qualcosa di sgradevole anziché spingersi verso qualcosa di piacevole,  con una dialettica che più di privilegiare l’azione “propositiva” evoca la fuga, o il contenimento dei danni collaterali (in quanto augurarsi di non fare un’altra brutta figura non implica necessariamente il contrario, tanto che abbiamo coniato la cosiddetta “prestazione incolore”..). Inoltre, la parola “devo” presuppone la presenza di una auto-imposizione e non di una volontà tipica del desiderare fortemente qualcosa: dire “devo studiare” anziché “voglio studiare”, evidenzia l’impegno in un’attività non desiderata, uno sforzo dedicato a soddisfare più l’esigenza di altri (per esempio i genitori) che la propria. Lo sport agonistico, a meno che non sia stato (malauguratamente) imposto ai figli dai propri genitori, è l’espressione di un profondo desiderio di eccellere attraverso un continuo confrontarsi, con se stessi e con gli altri: è voglia di crescere, migliorarsi e sacrificarsi con passione per il raggiungimento di precisi obiettivi che siano la materializzazione di un’ambizione raggiunta (con il conseguente senso di soddisfazione).

A questo punto verrebbe da pensare che un linguaggio interiore negativo possa essere caratteristico di condizionamenti familiari ma fortunatamente, in molti casi non è così. Si tratta spesso di “programmi difettosi” di cui siamo dotati in origine: per questa ragione siamo più portati a dire “sicuramente le prossime vacanze non le trascorrerò in montagna”, anziché “stavolta voglio proprio andare al mare”.. Siamo fatti così, ci esprimiamo inconsapevolmente così e altrettanto inconsapevolmente condizioniamo i nostri comportamenti attraverso le cose che pronunciamo, ad alta voce o dentro di noi.

Conoscere questo piccolo “bug” e “riprogrammare” il nostro linguaggio in modo diverso, è possibile e può senz’altro fare la differenza.

Imparare a prestare attenzione al linguaggio che utilizziamo quotidianamente ed esercitarsi a “ricondizionarlo in positivo” è un esercizio che potreste scoprire divertente.

Allora, “non chiudere la porta” diventerà “lascia la porta aperta”, mentre nel linguaggio sportivo anziché dire “non ti devi difendere” diremo “devi attaccare!”.. Al pronunciare “non devo essere teso”, sostituiremo un bombardamento di positività con “devo essere rilassato, sereno, più sciolto, in pace con me stesso: questo mi fa sentire calmo, lucido e pronto per dare il massimo”..

Educarsi a questo tipo di linguaggio ha implicazioni molto più potenti di quanto si possa immaginare: è un’auto induzione a cambiare mentalità, modo di pensare e approccio alla vita…un modello esportabile in qualsiasi contesto e circostanza che garantisce risultati che sembravano impossibili.

Il linguaggio nelle situazioni di potenziale pericolo in montagna

Recentemente ho partecipato a un corso di specializzazione di Free Ride (riservato ai Maestri di Sci), ovvero sciare in fuori pista dove è possibile arrivare con l’elicottero (Heli Ski) oppure dopo una lunga marcia con zaino e sci in spalla.

E’ uno sport straordinario che si pratica in scenari meravigliosi dove però il pericolo è sempre in agguato: slavine, valanghe e strapiombi sono soltanto alcune delle minacce potenziali che si possono presentare in determinate circostanze…e allora diventa fondamentale conoscere le regole che determinano la maggiore sicurezza possibile per prevenire tutte quelle minacce che possono trasformare una meravigliosa esperienza in un incubo senza fine.

Come accennavo in un precedente articolo (Parlare positivo), per natura siamo portati a esprimerci in negativo: “NON tornare tardi!”..”NON correre!”…”NON voglio perdere la partita””NON devo sbagliare”

La nostra mente è programmata per  focalizzarsi sulle “parole chiave”, per cui dirsi “NON devo pensare sempre ai PROBLEMI” equivale a restare inconsapevolmente concentrati sui propri problemi.

Per questa ragione dire “torna presto” ha un effetto di gran lunga più efficace del “non fare tardi”, in quanto proiettiamo dentro di noi ciò che è utile fare anziché ciò che vorremmo evitare: è slanciarsi in modo costruttivo verso ciò che vogliamo, anziché enunciare passivamente cosa non vogliamo. Dire che non vogliamo trascorrere le vacanze al lago non produce alcuna azione e resta un’asserzione incompleta: dire che vogliamo andare al mare a fare surf è un’affermazione propositiva, dinamica (riguarda il fare), che rispecchia un obiettivo reale che vorremmo raggiungere.

Nelle situazioni di possibile pericolo è fondamentale dare istruzioni, chiare, concise e soprattutto POSITIVE:  “ricordatevi di camminare vicino alla parete rocciosa” anziché non camminate lontano dalla parete rocciosa”

C’è di più: spesso capita di comunicare in condizioni acustiche precarie; per una bufera di neve, oppure in prossimità dell’elicottero, o magari alla radio. Ecco che allora può succedere di non percepire alcune parole che compongono la frase. Per esempio, se via radio diciamo al nostro collega che è in elicottero “non aprire il portello!”..se la parola “NON” venisse tagliata dalla trasmissione radio,  il messaggio giungerebbe con il significato opposto.  Pensate a “ mi raccomando non spingere il pulsante rosso” che diventa “ –-accomando di – spingere –l pulsante rosso!” ..che magari comanda lo sgancio del cestello di salvataggio..!

Un corretto linguaggio, in certe circostanze ha una valenza fondamentale: pensiamo al navigatore dell’equipaggio di una vettura da rally..se questo dicesse “all’incrocio NON girare a destra”, in uno sport dove conta il centesimo di secondo, oltre che pronunciare una frase più lunga (“gira a sinistra” è decisamente più breve), costringerebbe il pilota ad elaborare che girare a destra è sbagliato per cui di conseguenza è giusto girare a sinistra (se nel frattempo non si sono già schiantati tra le due strade).

Sicuramente in ambienti come la montagna ci sono circostanze in cui esprimersi aiutandosi con una buona gestualità (che a volte è molto più chiara di quanto le parole non possano fare) può essere di grande aiuto, specie quando si ha a che fare con gruppi numerosi: in questo caso anche la disposizione dei membri rispetto al leader può essere funzionale alla buona percezione del messaggio; tipo disporsi a ventaglio ( o ferro di cavallo) per creare un anfiteatro umano dal quale ascoltare e osservare il capo squadra.

In ogni caso, tornando al concetto del Linguaggio Positivo, è bene ricordare sempre che chi si esprime dicendo cosa NON vuole, è sempre concentrato sul problema, mentre chi si esprime  dicendo cosa vuole è sempre concentrato sulla soluzione: due atteggiamenti diametralmente opposti che in circostanze critiche possono fare la differenza. Specie se di mezzo c’è una vita in pericolo.

Ansia & Panico

Sì, volutamente con la “&” commerciale, ansia & panico sono un classico come Cip & Ciop, il whisky & soda, pane & nutella, il pop & soul…soltanto un po’ più deleterio.

Un tempo, la sindrome da stress più diffusa era l’esaurimento nervoso, oggi soppiantato dal più moderno “stato di ansia”, la cui essenza trova la sua massima espressione nell’altrettanto nota “crisi di panico”.

La conseguenza più frequente, dovuta a una crisi di panico, è una bella improvvisata al pronto soccorso, dove la somministrazione di un tranquillante diventa poi per molti il rito di iniziazione alla pratica farmacologica degli antidepressivi ed ansiolitici in genere.

La vita per molti di noi, è vero, si svolge con ritmo frenetico tra mille incombenze e responsabilità: il tempo per prendersi cura di se stessi è sempre di meno e sempre di più diventa un automatismo ricorrere a scorciatoie rapide per risolvere qualsiasi problema contingente.

Accade così che al minimo accenno di mal di testa prendiamo forti antidolorifici e con la stessa leggerezza prendiamo degli ansiolitici non appena un principio di apprensione fa capolino.

Pertanto lo schema elementare di reazione a qualsiasi disagio quotidiano è riassumibile nell’equazione, sintomo = pillola.

Così, mentre l’industria farmaceutica progredisce e prospera, i consumatori regrediscono, inconsapevolmente distratti da un vorticoso stile di vita consumato in fretta e furia, dove ci si sforza di trovare il tempo per tutto e per tutti, fuorché per se stessi.

Ad aggravare il quadro già di per sé preoccupante si aggiungono due fattori importanti:

  1. La pillola spegne il sintomo ma non risolve le cause che lo hanno determinato
  2. Questo modo di fare permette alle stesse cause di rafforzarsi nel tempo rendendo sempre più difficile ed improbabile il raggiungimento di una possibile soluzione strutturale

In sostanza, è come se per la marmitta sfondata della macchina decidessimo di compraci dei tappi per le orecchie piuttosto che ripararla dal meccanico…

Insomma, se escludiamo le patologie di natura neurologica o psichiatrica (che eventualmente potrebbero essere la punta dell’iceberg), l’ansia non è una malattia, bensì un fisiologico campanello d’allarme che dovrebbe strillare quanto basta per richiamare la nostra attenzione su come stiamo conducendo la nostra vita, affinché si possa essere in tempo per ristabilirle un ordine, restituendole la dignità che merita in quanto dono unico ed inestimabile di questa esistenza terrena. Ed è proprio in questo frangente che un Life Coach può essere quanto di meglio si possa mettere in campo per illuminare quelle zone d’ombra in cui da troppo è mancata la luce per stimolare il più piccolo entusiasmo, una buona intenzione, o l’incoraggiamento di una possibile prospettiva. Un bravo Coach si focalizza su dove il suo cliente si trova oggi e su dove questo vorrebbe essere domani, in modo da aiutarlo a trovare quelle risorse che gli possano permettere di compiere il percorso verso questo futuro desiderato. Non si tratta di combattere le ansie ma di creare le prospettive per vanificarne l’esistenza: non si tratta di reprimere un sentimento negativo ma di ritrovare i presupposti per averne di positivi; non di chiudersi a qualcosa di brutto ma di aprirsi a qualcosa di bello; non di smettere di essere ansiosi ma di cominciare a essere sereni. Naturalmente questo significa desiderare di ritrovare se stessi, ricominciare ad amarsi e rispettarsi, darsi delle sane regole, capire i propri errori, rimettersi in gioco ed altro ancora: certamente si tratta di un percorso piuttosto impegnativo, ma mai tanto doloroso quanto è spegnersi l’anima un poco alla volta, giorno dopo giorno.  E poi, avere un Coach ci aiuta a non sentirsi soli mentre ci avventuriamo nel rilancio della nostra vita: ci incoraggia nei momenti critici e ci permette di restare focalizzati sulla meta che vogliamo raggiungere, mantenendo alte le motivazioni ed i valori che ci permettono di tenere duro ed andare avanti, ad ogni costo, fino al successo.

I paradossi della natura umana

Uno dei temi più trattati dal Coaching è il cambiamento: che questo sia di natura professionale o privata, riguarda comunque un conflitto interno alla natura umana, da sempre.

Eppure, osservando la natura umana stessa, la storia dell’uomo comincia, prosegue e finisce attraverso un numero incalcolabile di continui cambiamenti: a partire dall’embrione, alla formazione dell’individuo, la storia di una persona è accompagnata dal persistente variare di ogni possibile cosa dentro di se, quanto fuori di se. Nel senso che il nostro cambiamento avviene all’interno di un contesto altrettanto in divenire. Cambiano i tempi in cui viviamo, cambiano le condizioni atmosferiche, cambiano i luoghi che frequentiamo, cambiano le leggi, le strade, le tecnologie, le culture. Non c’è nulla che resti immutato: perfino la roccia, modifica la sua forma sotto la continua percussione delle piogge.

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Imparare a (pensare e) parlare positivo

Molto spesso, quando parliamo, non ci accorgiamo di trovare più naturale esprimerci con frasi “negative”. Per esempio, in risposta ad una domanda semplice del tipo “ma tu cosa vorresti?” ciascuno trova più facile dire “non vorrei più essere ansioso” piuttosto che “desidererei essere sereno”…”non vorrei più sentirmi insicura”, piuttosto che “vorrei sentirmi sicura di me stessa”. Ovviamente, tono della voce, postura, ritmo respiratorio, espressione del viso, sono tutti allineati a rafforzare il tenore pessimistico dell’affermazione. La cosa peggiore è che anche con i nostri figli, ancorché mossi dalle più buone intenzioni,  ci rivolgiamo spesso con un linguaggio negativo. Questo accade soprattutto quando ci raccomandiamo affinché seguano i nostri consigli: finiamo così per dire “non fare tardi” anziché “torna presto”;  “ricordati di non correre” anziché “ cerca di essere prudente”. Ciò che rende importante la differenza tra queste due forme di linguaggio è che quando esprimiamo una frase come “attento a non inciampare”, proiettiamo nella mente di chi ci ascolta proprio l’atto del cadere, influenzando la stessa capacità di azione della persona che abbiamo voluto avvertire. Con i bambini in particolare, poiché questi hanno una spiccata abilità nel visualizzare ciò che diciamo loro, accade proprio che le nostre raccomandazioni (così confezionate) finiscano per rivelarsi dei veri e propri sabotaggi. Continue reading

© 2017 Marco Formica

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