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Il Mental Coach nello Sport

  • Interviste

Marco Formica ci svela i segreti della sua professione. I ruoli e le responsabilità del Mental Coach

Di Davide Tarallo – 17 ottobre 2016

Insieme a Marco Formica andiamo alla scoperta di una personalità chiave nella formazione di un tennista: il mental coach

Le figure fondamentali che si celano dietro la crescita di un tennista sono molteplici e costituiscono, nella diversità dei loro ruoli, un puzzle che necessita di tutte le sue tessere per una vera efficienza: è innegabile che ci siano figure di maggiore risalto a livello mediatico (i coach, per esempio) ma sottovalutare le responsabilità e i compiti degli altri membri del team sarebbe un errore molto grave, perché porterebbe ad una mancata comprensione del percorso di maturazione complessiva dell’atleta stesso.

Poco conosciuta, o almeno lontana dai riflettori dei media, è senza dubbio la figura del “mental coach”, che costituisce un tassello a dir poco decisivo nella crescita di un giocatore, soprattutto sotto il profilo umano.

Una professione affascinante che unisce la psicologia con lo sport, fornendo agli interpreti le qualità necessarie per approcciare l’atleta non solo come tale, ma soprattutto come uomo, fornendogli quelle consapevolezze necessarie per affrontare le battaglie sportive che rappresentano spesso e volentieri delle metafore concrete della vita di tutti i giorni.

Insieme a Marco Formica, che assiste atleti e tennisti di primissimo livello, ricostruiamo la genesi di questa attività, analizzando i diversi percorsi di formazione e i suoi possibili risvolti in altri campi lavorativi.

“Le strade per la formazione sono molteplici, come avviene per tutti i settori ancora non inquadrati in un albo professionale; non ci sono percorsi accademici precisi, anche se, recentemente, sono state create lauree specialistiche come la Psicologia dello Sport, che possono preparare bene a questa professione“- ha spiegato Formica che ha affrontato un percorso formativo estremamente complesso e vario – “Sono sempre stato attivo nel mondo dello sport: un passato da ex atleta, alcuni brevetti sportivi federali (tra i quali Maestro di Sci, Istruttore di Nuoto); poi, un diploma ISEF, una Laurea in Scienze Motorie e gli studi svolti in America per specializzarmi nel Coaching, nella Programmazione Neuro Linguistica e l’Ipnosi.”

La vera attività di Formica nel settore è iniziata nel 2008, dopo avere abbandonato un’intensa carriera manageriale a livello internazionale: “All’inizio lavoravo esclusivamente con il mondo aziendale e, poi, col passare del tempo ho iniziato ad aggiungere il settore sportivo che ha mostrato subito interessanti tassi di crescita in virtù dei risultati che ottenevo”.

L’ingresso operativo di Marco nel mondo del tennis è fortemente legato alla figura di Fabio Gorietti, responsabile del settore tecnico della Tennis Training School di Foligno, che lo ha incaricato di occuparsi dell’aspetto mentale, chiave centrale nella formazione dei suoi atleti.

Il lavoro svolto è estremamente complesso e varia in base alle esigenze, ma anche in base alle caratteristiche delle singole personalità dei giocatori : “In generale, si cerca di fare un bilancio sullo stato attuale dell’atleta; questo fattore è molto utile per programmare degli obiettivi di breve,  medio e lungo termine, da cui far scaturire la struttura di un progetto solido, in linea con il potenziale e le ambizioni di un giocatore. Non si tratta di lavorare su obiettivi imprescindibili – sottolinea Formica – ma di reagire costantemente in modo efficace alle tante variabili che intervengono nella stagione di un giocatore, ricalibrando obiettivi e azioni, di concerto con il Team che lo segue.”

Al momento, i tre tennisti principali seguiti da Formica, sono Luca Vanni e Thomas Fabbiano (già top 100) e Stefano Travaglia, sul quale sta investendo il maggior tempo per aiutarlo a rilanciare una carriera minata da numerosi infortuni.
“Sono tre ragazzi straordinari; sanno essere molto autoironici e sono bravi a esorcizzare le proprie sconfitte trasformandole in energia propulsiva verso il futuro”- sottolinea Formica, che ribadisce come il loro rapporto vada ben oltre la semplice professionalità – “A volte usciamo a cena insieme e ci capita molto spesso di sentirci anche per questioni inerenti alla sfera personale”.

Appare evidente che questa sia dunque la chiave per il successo professionale di un mental coach: “Nel mio lavoro è indispensabile un ottimo feeling con gli atleti: loro, senza avere fiducia in me, non potrebbero certo confidarsi in maniera cosi aperta e sincera, mentre io, d’altro canto, non potrei prendere cosi a cuore certe situazioni, impegnando tutta la mia passione per risolverle. Devo inoltre aggiungere che sono davvero delle persone con notevoli qualità, anche sotto il profilo umano, superiori alla media, e questo facilita non poco il mio intervento”.

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Thomas Fabbiano – O SI VINCE O SI IMPARA

Per un rapporto cosi viscerale in ambito lavorativo è senza dubbio necessaria una condivisione sincera di valori e idee che portino ad un confronto il quanto più pacato e razionale anche quando le cose non vanno per il verso giusto: “Mi sforzo di insegnare soprattutto ai giovani che ‘o si vince o si impara’, perché è attraverso la comprensione degli sbagli e delle sconfitte che si sviluppa un percorso virtuoso di crescita”.
Per chiarirci meglio questo concetto solo apparentemente banale, Marco ci racconta un aneddoto (risalente allo scorso anno) vissuto al Challenger di Santo Domingo con Fabbiano: “Ricordo che Thomas giocò davvero un ottimo match tutto cuore contro il fortissimo argentino Zeballos, prima di venire sconfitto per 7-6 nel set decisivo.
La situazione paradossale si verificò dopo la partita, quando il pubblico locale si fiondò solo su di lui per farsi firmare gli autografi, trattandolo come il vero vincitore. Negli spogliatoi, Thomas mi era apparso subito di pessimo umore e allora ricordo di avergli detto: ‘Hai visto cosa sei riuscito a fare? Ti rendi conto che hai giocato un tennis stellare, che hai tutti gli elementi per arrivare dovunque?”

Questa è la vera chiave: una sconfitta, per quanto dolorosa, insegna sempre più di una vittoria e può, come in questo caso, prepararti alla strada per il successo”.
Quando Tommy quest’anno è entrato nei primi 100 del ranking mondiale, (ricordando la trasferta di Santo Domingo) mi ha telefonato ringraziandomi per avergli mostrato le sue qualità quando ancora faticava a crederci: è stato toccante e la dice lunga sul profilo umano di questi ragazzi”

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Luca Vanni – RESILIENZA

Un altro ambito strettamente correlato alla capacità di riuscire a superare con grande determinazione i tantissimi problemi fisici o mentali che uno sportivo vive nel corso della sua carriera, è il fattore di resilienza: “Per definire questo termine porto sempre l’esempio di Luca Vanni che a 29 anni (quando era 300 ATP) dovette subire una terza, pesante operazione alle ginocchia; laddove tutti si sarebbero fermati, Luca trovò il coraggio di andare avanti, sostenuto dalla consapevolezza di non aver ancora espresso tutto il suo potenziale. Come tutti hanno potuto vedere, non solo è tornato a  livelli precedenti, ma ha fatto addirittura meglio, doppiando in un solo anno il suo miglior ranking (#148) e centrando una storica finale a San Paolo del Brasile in un ATP 250. Se non è resilienza questa…

Stefano Travaglia – UNA MACCHINA DA GUERRA

E cosa dire di Stefano Travaglia?Stefano è una macchina da guerra che si è già rotta troppe volte, ma come Luca non ha mai ceduto un passo: quando era in condizioni fisiche proibitive, insieme abbiamo trovato soluzioni con cui abbiamo vinto tre tornei consecutivi che in teoria non avrebbe potuto e dovuto giocare; quando vinse in Marocco, vederlo strillare sul matchpoint, battendosi il pugno sul cuore e puntandomi l’indice, beh, è stata una delle più belle emozioni della mia vita…

Non solo tennis…

Marco Formica segue atleti e atlete in tanti altri sport (come lo sci, il golf, l’equitazione,) non ultimo Andrea Santarelli, freschissimo di un argento conquistato nella spada alle Olimpiadi di Rio: quanto è difficile muoversi in ambiti così diversi?  “La complessità è semplificata dal comune denominatore che è rappresentato dalla conoscenza della natura umana. I limiti mentali che deve superare un atleta sono spesso gli stessi: certo, è fondamentale saper contestualizzare queste dinamiche nello sport specifico, ma ho il grande vantaggio di avere praticato quasi tutto e avere maturato le competenze per apprendere velocemente quello che devo ancora sapere. È la stessa ragione per la quale lavoro bene nel mondo manageriale, in quanto posso attingere al mio vissuto e sintonizzarmi rapidamente con lo scenario da risolvere. La cosa interessante è che il mondo dello sport e del management hanno moltissimi punti di contatto per i quali si possono utilizzare una notevole quantità di metafore, ideali per favorire qualsiasi percorso di crescita personale.”

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“Un progetto molto interessante è quello che stiamo mettendo in atto insieme ai giovani agonisti con la stretta collaborazione dei genitori: vogliamo educare i ragazzi a un sano agonismo, fatto di entusiasmo e di motivazioni naturali, che non siano assoggettabili ad aspettative esterne; mentre aiutiamo i genitori a capire come sostenere i propri figli in modo efficace, soprattutto senza trasmettere inutili ansie, a prescindere dai risultati. L’obiettivo è sviluppare e tutelare il piacere di giocare a tutti i livelli, per crescere con un sano spirito sportivo.”

Ecco il punto fondamentale: creare un sano spirito sportivo in cui evolvere con le proprie potenzialità e ambizioni. Forse è proprio questa la missione implicita del “mental coach”: facilitare questo percorso per contribuire ad un mondo dello sport, in cui ciascuno possa misurarsi con se stesso e gli altri, attraverso esperienze di crescita significative, memorabili, fatte di sacrifici, delusioni, successi e tanta passione.

Un’utopia? Può essere, però di certo il tennis e forse lo sport intero ne hanno bisogno, ora più che mai.

Editoriale a cura di Davide Tarallo

[:it]Mandare lo sport in fumo[:]

[:it]Durante una risalita in seggiovia (in una nota località sciistica) mi sono ritrovato seduto accanto a tre giovani atleti dello sci, diciamo sui 15-16 anni: uno di questi, abbigliato come un vero campione dello slalom, gustava una sigaretta declamando le sue prodezze quotidiane per eludere i controlli dei genitori. Continue reading

Il linguaggio nelle situazioni di potenziale pericolo in montagna

Recentemente ho partecipato a un corso di specializzazione di Free Ride (riservato ai Maestri di Sci), ovvero sciare in fuori pista dove è possibile arrivare con l’elicottero (Heli Ski) oppure dopo una lunga marcia con zaino e sci in spalla.

E’ uno sport straordinario che si pratica in scenari meravigliosi dove però il pericolo è sempre in agguato: slavine, valanghe e strapiombi sono soltanto alcune delle minacce potenziali che si possono presentare in determinate circostanze…e allora diventa fondamentale conoscere le regole che determinano la maggiore sicurezza possibile per prevenire tutte quelle minacce che possono trasformare una meravigliosa esperienza in un incubo senza fine.

Come accennavo in un precedente articolo (Parlare positivo), per natura siamo portati a esprimerci in negativo: “NON tornare tardi!”..”NON correre!”…”NON voglio perdere la partita””NON devo sbagliare”

La nostra mente è programmata per  focalizzarsi sulle “parole chiave”, per cui dirsi “NON devo pensare sempre ai PROBLEMI” equivale a restare inconsapevolmente concentrati sui propri problemi.

Per questa ragione dire “torna presto” ha un effetto di gran lunga più efficace del “non fare tardi”, in quanto proiettiamo dentro di noi ciò che è utile fare anziché ciò che vorremmo evitare: è slanciarsi in modo costruttivo verso ciò che vogliamo, anziché enunciare passivamente cosa non vogliamo. Dire che non vogliamo trascorrere le vacanze al lago non produce alcuna azione e resta un’asserzione incompleta: dire che vogliamo andare al mare a fare surf è un’affermazione propositiva, dinamica (riguarda il fare), che rispecchia un obiettivo reale che vorremmo raggiungere.

Nelle situazioni di possibile pericolo è fondamentale dare istruzioni, chiare, concise e soprattutto POSITIVE:  “ricordatevi di camminare vicino alla parete rocciosa” anziché non camminate lontano dalla parete rocciosa”

C’è di più: spesso capita di comunicare in condizioni acustiche precarie; per una bufera di neve, oppure in prossimità dell’elicottero, o magari alla radio. Ecco che allora può succedere di non percepire alcune parole che compongono la frase. Per esempio, se via radio diciamo al nostro collega che è in elicottero “non aprire il portello!”..se la parola “NON” venisse tagliata dalla trasmissione radio,  il messaggio giungerebbe con il significato opposto.  Pensate a “ mi raccomando non spingere il pulsante rosso” che diventa “ –-accomando di – spingere –l pulsante rosso!” ..che magari comanda lo sgancio del cestello di salvataggio..!

Un corretto linguaggio, in certe circostanze ha una valenza fondamentale: pensiamo al navigatore dell’equipaggio di una vettura da rally..se questo dicesse “all’incrocio NON girare a destra”, in uno sport dove conta il centesimo di secondo, oltre che pronunciare una frase più lunga (“gira a sinistra” è decisamente più breve), costringerebbe il pilota ad elaborare che girare a destra è sbagliato per cui di conseguenza è giusto girare a sinistra (se nel frattempo non si sono già schiantati tra le due strade).

Sicuramente in ambienti come la montagna ci sono circostanze in cui esprimersi aiutandosi con una buona gestualità (che a volte è molto più chiara di quanto le parole non possano fare) può essere di grande aiuto, specie quando si ha a che fare con gruppi numerosi: in questo caso anche la disposizione dei membri rispetto al leader può essere funzionale alla buona percezione del messaggio; tipo disporsi a ventaglio ( o ferro di cavallo) per creare un anfiteatro umano dal quale ascoltare e osservare il capo squadra.

In ogni caso, tornando al concetto del Linguaggio Positivo, è bene ricordare sempre che chi si esprime dicendo cosa NON vuole, è sempre concentrato sul problema, mentre chi si esprime  dicendo cosa vuole è sempre concentrato sulla soluzione: due atteggiamenti diametralmente opposti che in circostanze critiche possono fare la differenza. Specie se di mezzo c’è una vita in pericolo.

I nostri limiti

In America, i miei colleghi li chiamano “limiting beliefs”, ovvero le convinzioni, i pensieri che sono alla base delle nostre limitazioni: quando pensiamo di non essere all’altezza di un incarico,  o crediamo che certi obiettivi siano fuori dalla nostra portata, spesso dipende dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi e delle “capacità che non pensiamo di avere”; curiosamente, entra in gioco una sorta di auto-reputazione che ci siamo attribuiti nel tempo attraverso le esperienze che si sono susseguite .

Naturalmente, per molti è più comodo pensare di non avere i mezzi per eccellere in qualcosa, piuttosto che impegnarsi e mettersi in gioco per dimostrare il contrario: in questo modo non si rischiano brutte figure, in quanto non si alimentano le aspettative di chicchessia e tanto meno le proprie. Tutto questo però, al caro prezzo di lasciare inespresse alcune delle potenzialità che potrebbero fare la differenza nella nostra vita: questa cosa il nostro inconscio la sa bene e si preoccupa di farcela sapere attraverso quel sottile senso d’insoddisfazione con il quale ci svegliamo ogni mattina, fino a quando quel vago ma continuo senso di frustrazione non ci spingerà ad esplorarne le cause.

Si dice che per “parcheggiare”  un elefante sia sufficiente legarlo ad un modesto paletto, poiché egli è altrettanto legato al ricordo di quando, da cucciolo, non aveva la forza per liberarsene. Insomma, un bestione di qualche tonnellata, capace di sollevare agilmente un tronco d’albero, per tutta la vita resta prigioniero della propria convinzione di non poter spezzare un comune paletto di legno.  Tutto questo per dire quanto certi fenomeni che ci limitano nella quotidianità, siano da cercare più dentro di noi che altrove (come a volte  preferiamo  credere che sia).

I sintomi delle “convinzioni limitanti” sono tipicamente quelli di chi si esprime enunciando un obiettivo mentre al contempo si giustifica per la mancanza dei mezzi necessari al suo raggiungimento: si esprime descrivendo ciò che non ha e ciò che non vuole, piuttosto che affermare cosa vorrebbe ottenere, valutando quali siano le risorse a disposizione per lo scopo. Insomma, per chi “doveva andare a Milano ma la macchina era ancora dal meccanico”, non ci sono piani di riserva che contemplino alternative quali prendere il treno o l’aereo,  noleggiare un auto piuttosto che chiederla in prestito..

Sul fronte opposto, ricordo quando insegnai a sciare a un uomo che aveva perso le gambe dalle ginocchia in giù (ovviamente portava delle protesi per camminare): lui ebbe il coraggio di chiedermi se avrebbe potuto imparare (pensandolo possibile); io ebbi la sfacciataggine di proibirgli di noleggiare l’attrezzatura caldeggiandone l’acquisto per dimostrargli quanto fossi convinto che avrebbe sicuramente sciato. Sarà stato un azzardo, ma il fatto che entrambi lo avessimo creduto possibile, quanto il fatto che entrambi fossimo stati estremamente desiderosi di ottenerlo, fecero accadere la magia, o meglio qualcosa di molto più terreno ma dai risvolti emotivamente indescrivibili.. Certo, ovviamente occorre ricordare che a monte di tutto questo, da parte di chi opera  esiste una determinata sensibilità verso la circostanza, esiste un metodo che va applicato ed esiste un’esperienza con la quale interpretarlo per adattarlo al caso specifico.

Naturalmente, a parte le mie vicissitudini di Maestro di Sci, il tema delle “convinzioni limitanti” rappresenta una delle più frequenti aree d’intervento per un Life Coach: un affascinante viaggio alla riscoperta dell’individuo  e delle sue capacità di rinnovarsi per  affrontare una vita più consapevole e stimolante, con nuove risorse da impiegare per il raggiungimento delle proprie ambizioni.

In fondo, se ci pensate bene, non avere sogni potrebbe anche essere un vero problema..ma avere un sogno nel cassetto è soltanto una meravigliosa opportunità.

Pensare da Campione

La pubblicità di una nota marca di orologi recitava: “calcoliamo il centesimo di secondo che separa chi vince da chi partecipa”. Lo sport agonistico è competizione e si compete per vincere, non certo per partecipare: magari alle olimpiadi sarà importante esserci…ma non certo quanto per  salire sul più alto gradino del podio. Dopo tutto se ci si allena per giorni, settimane, mesi ed anni, è per la voglia di primeggiare prevalendo su tutto e su tutti: che siano gli altri, un destino avverso, un pronostico sfavorevole, vincere è la più gratificante ed appariscente forma di autoaffermazione. Ma quanti si allenano a vincere? Pochi, perché per primeggiare in qualsiasi sport (come nella vita) la cosa più importante da allenare è la testa. Continue reading

Il Coaching per i traumi nello sport giovanile

Oggi voglio parlarvi di come i ragazzi vivono un trauma fisico nel contesto di una pratica sportiva, prendendo spunto da fatti realmente accaduti di recente. Luisella (nome di comodo) è una ragazzina di  13-14 anni che ha raggiunto una buona impostazione tecnica nello sci. Purtroppo in un incidente sulle nevi, subì la frattura di due vertebre e questo brutto evento la rese piuttosto insicura quando le condizioni delle piste diventavano più difficili. Così un giorno mentre rientravamo con tutta la classe dalla lezione di sci, Luisella si scontrò con uno sconosciuto snowbordista che (come ormai purtroppo sempre più spesso accade) non appena rialzato si volatilizzò in un secondo. Luisella aveva impattato la schiena ed era a terra dolorante, in preda al terrore, ripetendo meccanicamente “mi sono rotta..mi sono rotta…”

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