Tag: coaching (page 1 of 3)

La felicità è un’attitudine

Contrariamente a ciò che pensiamo, i bambini non sono progettati per assimilare le indicazioni verbali, bensì essi imparano attraverso l’esempio pratico, ovvero i nostri comportamenti. In sostanza, il loro apprendimento è molto più influenzato da ciò che ci vedono fare, che da ciò che ci sentono dire. Continue reading

L’interruttore dell’emotività

Ogni stato d’animo determina automaticamente un comportamento fisiologicamente caratteristico: in un momento di sofferenza o disperazione, assumiamo spontaneamente una postura chiusa, piegata su se stessa, le mani al viso, gli occhi chiusi: l’addome è chiuso e contratto e preme contro il diaframma determinando una respirazione breve e frammentaria, mentre una morsa allo stomaco contribuisce al generale irrigidimento muscolare, a un torpore fisico e mentale che si diffonde in una spirale di malessere che sembra senza fine. Continue reading

[:it]Miracoli della natura umana[:]

[:it]Cos’è che permette a un’atleta di esprimere una performance apparentemente impossibile?

Il mondo dello sport è ricco di storie straordinarie che raccontano imprese miracolose e inconcepibili, che hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria e nel cuore di tante persone: emozioni profonde e intense, propagate da un singolo individuo a una folla sconfinata, colpita dall’eccezionalità di un evento travolgente, unico e irripetibile. Continue reading

Il linguaggio interiore nello sport

Lavorando con atleti di varia età e sport praticati, ho notato una comune modalità di linguaggio interiore: tutti si ripetevano cosa non fare o cosa evitare con frasi del tipo “non devo fare un’altra brutta figura”…”non devo perdere”…”non devo cadere”, etc..

Da un punto di vista neurolinguistico, questo tipo di focalizzazione è caratteristico di un approccio (verso se stessi e gli altri) negativo e controproducente, in quanto porta ad allontanarsi da qualcosa di sgradevole anziché spingersi verso qualcosa di piacevole,  con una dialettica che più di privilegiare l’azione “propositiva” evoca la fuga, o il contenimento dei danni collaterali (in quanto augurarsi di non fare un’altra brutta figura non implica necessariamente il contrario, tanto che abbiamo coniato la cosiddetta “prestazione incolore”..). Inoltre, la parola “devo” presuppone la presenza di una auto-imposizione e non di una volontà tipica del desiderare fortemente qualcosa: dire “devo studiare” anziché “voglio studiare”, evidenzia l’impegno in un’attività non desiderata, uno sforzo dedicato a soddisfare più l’esigenza di altri (per esempio i genitori) che la propria. Lo sport agonistico, a meno che non sia stato (malauguratamente) imposto ai figli dai propri genitori, è l’espressione di un profondo desiderio di eccellere attraverso un continuo confrontarsi, con se stessi e con gli altri: è voglia di crescere, migliorarsi e sacrificarsi con passione per il raggiungimento di precisi obiettivi che siano la materializzazione di un’ambizione raggiunta (con il conseguente senso di soddisfazione).

A questo punto verrebbe da pensare che un linguaggio interiore negativo possa essere caratteristico di condizionamenti familiari ma fortunatamente, in molti casi non è così. Si tratta spesso di “programmi difettosi” di cui siamo dotati in origine: per questa ragione siamo più portati a dire “sicuramente le prossime vacanze non le trascorrerò in montagna”, anziché “stavolta voglio proprio andare al mare”.. Siamo fatti così, ci esprimiamo inconsapevolmente così e altrettanto inconsapevolmente condizioniamo i nostri comportamenti attraverso le cose che pronunciamo, ad alta voce o dentro di noi.

Conoscere questo piccolo “bug” e “riprogrammare” il nostro linguaggio in modo diverso, è possibile e può senz’altro fare la differenza.

Imparare a prestare attenzione al linguaggio che utilizziamo quotidianamente ed esercitarsi a “ricondizionarlo in positivo” è un esercizio che potreste scoprire divertente.

Allora, “non chiudere la porta” diventerà “lascia la porta aperta”, mentre nel linguaggio sportivo anziché dire “non ti devi difendere” diremo “devi attaccare!”.. Al pronunciare “non devo essere teso”, sostituiremo un bombardamento di positività con “devo essere rilassato, sereno, più sciolto, in pace con me stesso: questo mi fa sentire calmo, lucido e pronto per dare il massimo”..

Educarsi a questo tipo di linguaggio ha implicazioni molto più potenti di quanto si possa immaginare: è un’auto induzione a cambiare mentalità, modo di pensare e approccio alla vita…un modello esportabile in qualsiasi contesto e circostanza che garantisce risultati che sembravano impossibili.

Il linguaggio nelle situazioni di potenziale pericolo in montagna

Recentemente ho partecipato a un corso di specializzazione di Free Ride (riservato ai Maestri di Sci), ovvero sciare in fuori pista dove è possibile arrivare con l’elicottero (Heli Ski) oppure dopo una lunga marcia con zaino e sci in spalla.

E’ uno sport straordinario che si pratica in scenari meravigliosi dove però il pericolo è sempre in agguato: slavine, valanghe e strapiombi sono soltanto alcune delle minacce potenziali che si possono presentare in determinate circostanze…e allora diventa fondamentale conoscere le regole che determinano la maggiore sicurezza possibile per prevenire tutte quelle minacce che possono trasformare una meravigliosa esperienza in un incubo senza fine.

Come accennavo in un precedente articolo (Parlare positivo), per natura siamo portati a esprimerci in negativo: “NON tornare tardi!”..”NON correre!”…”NON voglio perdere la partita””NON devo sbagliare”

La nostra mente è programmata per  focalizzarsi sulle “parole chiave”, per cui dirsi “NON devo pensare sempre ai PROBLEMI” equivale a restare inconsapevolmente concentrati sui propri problemi.

Per questa ragione dire “torna presto” ha un effetto di gran lunga più efficace del “non fare tardi”, in quanto proiettiamo dentro di noi ciò che è utile fare anziché ciò che vorremmo evitare: è slanciarsi in modo costruttivo verso ciò che vogliamo, anziché enunciare passivamente cosa non vogliamo. Dire che non vogliamo trascorrere le vacanze al lago non produce alcuna azione e resta un’asserzione incompleta: dire che vogliamo andare al mare a fare surf è un’affermazione propositiva, dinamica (riguarda il fare), che rispecchia un obiettivo reale che vorremmo raggiungere.

Nelle situazioni di possibile pericolo è fondamentale dare istruzioni, chiare, concise e soprattutto POSITIVE:  “ricordatevi di camminare vicino alla parete rocciosa” anziché non camminate lontano dalla parete rocciosa”

C’è di più: spesso capita di comunicare in condizioni acustiche precarie; per una bufera di neve, oppure in prossimità dell’elicottero, o magari alla radio. Ecco che allora può succedere di non percepire alcune parole che compongono la frase. Per esempio, se via radio diciamo al nostro collega che è in elicottero “non aprire il portello!”..se la parola “NON” venisse tagliata dalla trasmissione radio,  il messaggio giungerebbe con il significato opposto.  Pensate a “ mi raccomando non spingere il pulsante rosso” che diventa “ –-accomando di – spingere –l pulsante rosso!” ..che magari comanda lo sgancio del cestello di salvataggio..!

Un corretto linguaggio, in certe circostanze ha una valenza fondamentale: pensiamo al navigatore dell’equipaggio di una vettura da rally..se questo dicesse “all’incrocio NON girare a destra”, in uno sport dove conta il centesimo di secondo, oltre che pronunciare una frase più lunga (“gira a sinistra” è decisamente più breve), costringerebbe il pilota ad elaborare che girare a destra è sbagliato per cui di conseguenza è giusto girare a sinistra (se nel frattempo non si sono già schiantati tra le due strade).

Sicuramente in ambienti come la montagna ci sono circostanze in cui esprimersi aiutandosi con una buona gestualità (che a volte è molto più chiara di quanto le parole non possano fare) può essere di grande aiuto, specie quando si ha a che fare con gruppi numerosi: in questo caso anche la disposizione dei membri rispetto al leader può essere funzionale alla buona percezione del messaggio; tipo disporsi a ventaglio ( o ferro di cavallo) per creare un anfiteatro umano dal quale ascoltare e osservare il capo squadra.

In ogni caso, tornando al concetto del Linguaggio Positivo, è bene ricordare sempre che chi si esprime dicendo cosa NON vuole, è sempre concentrato sul problema, mentre chi si esprime  dicendo cosa vuole è sempre concentrato sulla soluzione: due atteggiamenti diametralmente opposti che in circostanze critiche possono fare la differenza. Specie se di mezzo c’è una vita in pericolo.

impensabile non vuol dire impossibileunthinkable does not mean impossible

Una celebre frase del grande pilota (di automobilismo) Mario Andretti recita: “se hai la sensazione di avere la situazione sotto controllo, evidentemente non stai andando abbastanza veloce..”

Com’è possibile capire se possiamo andare oltre il nostro limite se ancora non l’abbiamo raggiunto??

Che cos’è il limite? In teoria è il punto oltre il quale, in un determinato momento, di fronte a un certo ostacolo, non abbiamo la capacità di andare oltre..in pratica, il limite è un’idea, una convinzione: la nostra personalissima rappresentazione di un luogo, una linea, un punto  oltre il quale riteniamo di non poter andare, tanto con il corpo (pensiamo all’asticella del salto in alto) quanto con la mente (come nel caso di un calcolo matematico di elevata complessità).

Le origini di questo atteggiamento mentale possono essere svariate,  come una scarsa autostima, una discutibile capacità di auto valutarsi, la predisposizione a lasciarsi influenzare dal pessimismo altrui…in ogni caso, è quasi sempre vero che, posti di fronte ad una serie di ostacoli, il primo, il più insormontabile,  è quello che ci siamo creati noi stessi, con le nostre indecisioni, incertezze e fragilità. Ovviamente, una volta stabilita l’inviolabilità dell’ostacolo, l’alpinista cesserà di scalare la montagna, il maratoneta cesserà di correre, lo studente smetterà di studiare, lo scienziato non farà più ricerche, il soldato smetterà di combattere.

La buona notizia è che se il limite è nella nostra mente,  (e credetemi, è li che risiedono la maggior parte degli ostacoli che incontriamo nella vita) esso si trova proprio nel posto meno sicuro per sopravvivere nel tempo.  Se il limite è un’idea, le idee possono cambiare e diventare una fantastica avventura in cui confrontarsi continuamente con se stessi e con il mondo circostante, per sfidare e sfidarsi, crescere ed evolvere.

Dopo tutto, i limiti non sono altro che un codice convenzionale per condividere un parametro che possa, prima o poi, essere infranto.

Per fare questo, bisogna per prima cosa crederlo possibile: come il record dei 200mt. piani stabilito da Mennea nel 1979, poi superato 17 anni più tardi da Michael Johnson; possibile come la scalata delle 14 montagne oltre gli ottomila metri (Reinhold Messner); possibile come sopravvivere due mesi e mezzo, imprigionati in una miniera a 700mt. di profondità (i minatori Cileni). Una volta capito e deciso che questo punto di riferimento è lì solo per essere superato, occorre elaborare una strategia per riuscirci ed applicare ogni tattica possibile, spendendo ogni risorsa disponibile, del corpo e della mente.

Per superare i propri limiti bisogna imparare a conoscerli e l’unico modo per farlo è frequentarli il più possibile, allenandosi con grande impegno ai massimi livelli, per abituarsi a quella zona in cui possibile e impossibile convivono, separati da una membrana invisibile e permeabile, dove vincere o cadere può dipendere da un soffio..

Per questa ragione, anche l’atleta più forte e talentuoso, se in allenamento non cade mai, significa che non sta prendendo confidenza con i propri limiti.. Cadere è una conseguenza dell’osare, del credere possibile, del combattere, del determinarsi a raggiungere l’obiettivo.

Cadere significa avere trovato il limite e finalmente avere visto con chi avere a che fare, per poterlo studiare, affrontare e battere.

Si comincia camminando a malapena sulla trave e si finisce per fare un salto mortale rovesciato sulla corda..e quello che un giorno era impensabile, finisce per diventare possibile. Già, perché spesso le cose che riteniamo impossibili restano tali solo fino a quando le consideriamo impensabili.A famous phrase of the great driver (motor racing) Mario Andretti says: “If you feel that you have the situation under control, you’re not going fast enough ..”
How could we go beyond our limits if we have not reached yet?
What is the limit? In theory, the point beyond which, at a given moment, facing a certain obstacle, we do not have the ability to go further .. in practice, the limit is an idea, a conviction that our own personal representation of a place , a line, a point beyond which we cannot go, nor with the body (think hight jumping stick) neither with the mind (as in the case of a highly complex mathematical calculations).
The origins of this mindset can be varied, such as low self-esteem, a questionable ability to self-evaluation, the tendency to be influenced by the pessimism of others … in any case, it is almost always true that, faced with a series of obstacles, the first, the most intractable is that we have created ourselves, with our indecision, uncertainty and fragility. Of course, once established the inviolability of the obstacle, the climber will cease to climb the mountain, the marathon will cease to run, the student will stop to study, the scientist will cease the research, the soldiers stop fighting.
The good news is that if the limit is in our mind, (and believe me, it’s there that counts most of the obstacles we encounter in life) it is located in the least safe place to survive over time. If the limit is an idea, ideas can change and become a fantastic adventure, an exciting challage with ourself and the surrounding world, to fight and compete, grow and evolve.
After all, the limits are nothing more than a conventional code to share a parameter that can, sooner or later be broken.
To do this, we must first believe it possible: as a record of 200 meters drawn up by Mennea in 1979, then passed 17 years later by Michael Johnson; as possible to climb the 14 mountains over eight thousand meters (Reinhold Messner); possible as survive two and half months, trapped in a mine at 700 mt. depth (Chilean miners). Once understood and agreed that this reference point is there only to be overcome, it must be develop a strategy to succeed and to apply every tactic possible, spending every available resource, related to the body as much as the mind.
To overcome our own limitations we must learn to know them and the only way to do this is to attend them as much as possible, training with great commitment at the highest levels, to get used to the area where possible and impossible live together, separated by an invisible, permeable membrane, where win or fall may depend on a breath ..
For this reason, even the strongest and most talented athlete, whether in training never falls, it means that he is not getting to grips with its limitations .. Falling is a consequence of dare, of  believeing in the human being, of fighting supported by the determination to achieve the goal.
Falling means you have found the limit and finally have seen those who you have something to do, to be able to investigate, compare and defeat.
It barely begins walking on the beam and you end up doing a flip upside down on the rope .. and what a day was unthinkable, ends up as possible. Yeah, because often the things are impossible until we consider them unthinkable.

I nostri limiti

In America, i miei colleghi li chiamano “limiting beliefs”, ovvero le convinzioni, i pensieri che sono alla base delle nostre limitazioni: quando pensiamo di non essere all’altezza di un incarico,  o crediamo che certi obiettivi siano fuori dalla nostra portata, spesso dipende dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi e delle “capacità che non pensiamo di avere”; curiosamente, entra in gioco una sorta di auto-reputazione che ci siamo attribuiti nel tempo attraverso le esperienze che si sono susseguite .

Naturalmente, per molti è più comodo pensare di non avere i mezzi per eccellere in qualcosa, piuttosto che impegnarsi e mettersi in gioco per dimostrare il contrario: in questo modo non si rischiano brutte figure, in quanto non si alimentano le aspettative di chicchessia e tanto meno le proprie. Tutto questo però, al caro prezzo di lasciare inespresse alcune delle potenzialità che potrebbero fare la differenza nella nostra vita: questa cosa il nostro inconscio la sa bene e si preoccupa di farcela sapere attraverso quel sottile senso d’insoddisfazione con il quale ci svegliamo ogni mattina, fino a quando quel vago ma continuo senso di frustrazione non ci spingerà ad esplorarne le cause.

Si dice che per “parcheggiare”  un elefante sia sufficiente legarlo ad un modesto paletto, poiché egli è altrettanto legato al ricordo di quando, da cucciolo, non aveva la forza per liberarsene. Insomma, un bestione di qualche tonnellata, capace di sollevare agilmente un tronco d’albero, per tutta la vita resta prigioniero della propria convinzione di non poter spezzare un comune paletto di legno.  Tutto questo per dire quanto certi fenomeni che ci limitano nella quotidianità, siano da cercare più dentro di noi che altrove (come a volte  preferiamo  credere che sia).

I sintomi delle “convinzioni limitanti” sono tipicamente quelli di chi si esprime enunciando un obiettivo mentre al contempo si giustifica per la mancanza dei mezzi necessari al suo raggiungimento: si esprime descrivendo ciò che non ha e ciò che non vuole, piuttosto che affermare cosa vorrebbe ottenere, valutando quali siano le risorse a disposizione per lo scopo. Insomma, per chi “doveva andare a Milano ma la macchina era ancora dal meccanico”, non ci sono piani di riserva che contemplino alternative quali prendere il treno o l’aereo,  noleggiare un auto piuttosto che chiederla in prestito..

Sul fronte opposto, ricordo quando insegnai a sciare a un uomo che aveva perso le gambe dalle ginocchia in giù (ovviamente portava delle protesi per camminare): lui ebbe il coraggio di chiedermi se avrebbe potuto imparare (pensandolo possibile); io ebbi la sfacciataggine di proibirgli di noleggiare l’attrezzatura caldeggiandone l’acquisto per dimostrargli quanto fossi convinto che avrebbe sicuramente sciato. Sarà stato un azzardo, ma il fatto che entrambi lo avessimo creduto possibile, quanto il fatto che entrambi fossimo stati estremamente desiderosi di ottenerlo, fecero accadere la magia, o meglio qualcosa di molto più terreno ma dai risvolti emotivamente indescrivibili.. Certo, ovviamente occorre ricordare che a monte di tutto questo, da parte di chi opera  esiste una determinata sensibilità verso la circostanza, esiste un metodo che va applicato ed esiste un’esperienza con la quale interpretarlo per adattarlo al caso specifico.

Naturalmente, a parte le mie vicissitudini di Maestro di Sci, il tema delle “convinzioni limitanti” rappresenta una delle più frequenti aree d’intervento per un Life Coach: un affascinante viaggio alla riscoperta dell’individuo  e delle sue capacità di rinnovarsi per  affrontare una vita più consapevole e stimolante, con nuove risorse da impiegare per il raggiungimento delle proprie ambizioni.

In fondo, se ci pensate bene, non avere sogni potrebbe anche essere un vero problema..ma avere un sogno nel cassetto è soltanto una meravigliosa opportunità.

Pensare da Vincente (terzo atto)

Difficile: quante volte lo abbiamo sentito dire? Quante volte lo abbiamo pensato? Difficile da credere, difficile a dirsi, difficile riuscirci.

“Difficile” è una parola che per molti raffigura un ostacolo, se non addirittura una preclusione. A volte utilizziamo questa parola perfino come sinonimo di negazione solo per evitare l’imbarazzo di pronunciare un “NO”: così alla domanda “verrai?” .rispondiamo “..difficile..”.

Eppure, affrontare le difficoltà con consapevolezza rappresenta uno stimolo meraviglioso: l’opportunità di dimostrare a se stessi e agli altri quanto la parola “ difficile” sia sinonimo di “possibile”.

Se scalare gli ottomila (ovvero le montagne più alte del mondo) fosse stato facile, oggi nessuno conoscerebbe Reinhold Messner: il fatto che scalare una montagna come l’Everest sia un’impresa difficile per alcuni e impossibile per altri,  è la ragione per la quale ci sono uomini  che si spingono oltre i propri limiti, fino a realizzare il proprio sogno, attraverso una scrupolosa e sacrificante preparazione  (che può rappresentare la sottile differenza tra tornare trionfanti o non tornare affatto).

Talvolta alcuni campioni crollano nel rendimento in seguito alla perdita delle proprie motivazioni: vincono, stravincono, fino a quando diventa talmente facile che lo stimolo a proseguire perde la sua ragione d’essere. Per questo i migliori sono quelli che riescono a rinnovarsi continuamente, trovando sempre nuovi stimoli, sfide con le quali confrontarsi, rimettendosi in discussione come se ogni primato raggiunto non avesse più alcun valore di riferimento per il futuro.

Così, se vincere diventa più difficile in seguito all’arrivo di un nuovo contendente fuoriclasse, oppure per sopraggiunta anzianità , o in seguito ad un brutto infortunio..qualunque sia la natura della complicazione, per un vincente si tratta di un dono, del sale della vita, della garanzia che il giocattolo ancora non si è rotto e il divertimento non è ancora finito.

La storia è ricca di imprese impossibili riuscite con successo..nello sport come nella vita di tutti i giorni: come Alex Zanardi, tornato a vincere nelle competizioni automobilistiche dopo avere perso le gambe in un terribile incidente (automobilistico), piuttosto che il recente il caso dei minatori Cileni sopravvissuti ad una sepoltura di quasi tre mesi a 700 metri di profondità.

Per questa ragione, quando sentiamo pronunciare (o pronunciamo) la parola “difficile”, pensiamo sempre a quale straordinaria esperienza potremmo trovarci di fronte e quale incredibile opportunità avremo per sperimentare e scoprire le incredibili risorse che la natura ci ha donato per affrontare una vita difficile e piena di soddisfazioni.

Older posts

© 2017 Marco Formica

Theme by Anders NorenUp ↑