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Pensare da Vincente (terzo atto)

Difficile: quante volte lo abbiamo sentito dire? Quante volte lo abbiamo pensato? Difficile da credere, difficile a dirsi, difficile riuscirci.

“Difficile” è una parola che per molti raffigura un ostacolo, se non addirittura una preclusione. A volte utilizziamo questa parola perfino come sinonimo di negazione solo per evitare l’imbarazzo di pronunciare un “NO”: così alla domanda “verrai?” .rispondiamo “..difficile..”.

Eppure, affrontare le difficoltà con consapevolezza rappresenta uno stimolo meraviglioso: l’opportunità di dimostrare a se stessi e agli altri quanto la parola “ difficile” sia sinonimo di “possibile”.

Se scalare gli ottomila (ovvero le montagne più alte del mondo) fosse stato facile, oggi nessuno conoscerebbe Reinhold Messner: il fatto che scalare una montagna come l’Everest sia un’impresa difficile per alcuni e impossibile per altri,  è la ragione per la quale ci sono uomini  che si spingono oltre i propri limiti, fino a realizzare il proprio sogno, attraverso una scrupolosa e sacrificante preparazione  (che può rappresentare la sottile differenza tra tornare trionfanti o non tornare affatto).

Talvolta alcuni campioni crollano nel rendimento in seguito alla perdita delle proprie motivazioni: vincono, stravincono, fino a quando diventa talmente facile che lo stimolo a proseguire perde la sua ragione d’essere. Per questo i migliori sono quelli che riescono a rinnovarsi continuamente, trovando sempre nuovi stimoli, sfide con le quali confrontarsi, rimettendosi in discussione come se ogni primato raggiunto non avesse più alcun valore di riferimento per il futuro.

Così, se vincere diventa più difficile in seguito all’arrivo di un nuovo contendente fuoriclasse, oppure per sopraggiunta anzianità , o in seguito ad un brutto infortunio..qualunque sia la natura della complicazione, per un vincente si tratta di un dono, del sale della vita, della garanzia che il giocattolo ancora non si è rotto e il divertimento non è ancora finito.

La storia è ricca di imprese impossibili riuscite con successo..nello sport come nella vita di tutti i giorni: come Alex Zanardi, tornato a vincere nelle competizioni automobilistiche dopo avere perso le gambe in un terribile incidente (automobilistico), piuttosto che il recente il caso dei minatori Cileni sopravvissuti ad una sepoltura di quasi tre mesi a 700 metri di profondità.

Per questa ragione, quando sentiamo pronunciare (o pronunciamo) la parola “difficile”, pensiamo sempre a quale straordinaria esperienza potremmo trovarci di fronte e quale incredibile opportunità avremo per sperimentare e scoprire le incredibili risorse che la natura ci ha donato per affrontare una vita difficile e piena di soddisfazioni.

Ansia & Panico

Sì, volutamente con la “&” commerciale, ansia & panico sono un classico come Cip & Ciop, il whisky & soda, pane & nutella, il pop & soul…soltanto un po’ più deleterio.

Un tempo, la sindrome da stress più diffusa era l’esaurimento nervoso, oggi soppiantato dal più moderno “stato di ansia”, la cui essenza trova la sua massima espressione nell’altrettanto nota “crisi di panico”.

La conseguenza più frequente, dovuta a una crisi di panico, è una bella improvvisata al pronto soccorso, dove la somministrazione di un tranquillante diventa poi per molti il rito di iniziazione alla pratica farmacologica degli antidepressivi ed ansiolitici in genere.

La vita per molti di noi, è vero, si svolge con ritmo frenetico tra mille incombenze e responsabilità: il tempo per prendersi cura di se stessi è sempre di meno e sempre di più diventa un automatismo ricorrere a scorciatoie rapide per risolvere qualsiasi problema contingente.

Accade così che al minimo accenno di mal di testa prendiamo forti antidolorifici e con la stessa leggerezza prendiamo degli ansiolitici non appena un principio di apprensione fa capolino.

Pertanto lo schema elementare di reazione a qualsiasi disagio quotidiano è riassumibile nell’equazione, sintomo = pillola.

Così, mentre l’industria farmaceutica progredisce e prospera, i consumatori regrediscono, inconsapevolmente distratti da un vorticoso stile di vita consumato in fretta e furia, dove ci si sforza di trovare il tempo per tutto e per tutti, fuorché per se stessi.

Ad aggravare il quadro già di per sé preoccupante si aggiungono due fattori importanti:

  1. La pillola spegne il sintomo ma non risolve le cause che lo hanno determinato
  2. Questo modo di fare permette alle stesse cause di rafforzarsi nel tempo rendendo sempre più difficile ed improbabile il raggiungimento di una possibile soluzione strutturale

In sostanza, è come se per la marmitta sfondata della macchina decidessimo di compraci dei tappi per le orecchie piuttosto che ripararla dal meccanico…

Insomma, se escludiamo le patologie di natura neurologica o psichiatrica (che eventualmente potrebbero essere la punta dell’iceberg), l’ansia non è una malattia, bensì un fisiologico campanello d’allarme che dovrebbe strillare quanto basta per richiamare la nostra attenzione su come stiamo conducendo la nostra vita, affinché si possa essere in tempo per ristabilirle un ordine, restituendole la dignità che merita in quanto dono unico ed inestimabile di questa esistenza terrena. Ed è proprio in questo frangente che un Life Coach può essere quanto di meglio si possa mettere in campo per illuminare quelle zone d’ombra in cui da troppo è mancata la luce per stimolare il più piccolo entusiasmo, una buona intenzione, o l’incoraggiamento di una possibile prospettiva. Un bravo Coach si focalizza su dove il suo cliente si trova oggi e su dove questo vorrebbe essere domani, in modo da aiutarlo a trovare quelle risorse che gli possano permettere di compiere il percorso verso questo futuro desiderato. Non si tratta di combattere le ansie ma di creare le prospettive per vanificarne l’esistenza: non si tratta di reprimere un sentimento negativo ma di ritrovare i presupposti per averne di positivi; non di chiudersi a qualcosa di brutto ma di aprirsi a qualcosa di bello; non di smettere di essere ansiosi ma di cominciare a essere sereni. Naturalmente questo significa desiderare di ritrovare se stessi, ricominciare ad amarsi e rispettarsi, darsi delle sane regole, capire i propri errori, rimettersi in gioco ed altro ancora: certamente si tratta di un percorso piuttosto impegnativo, ma mai tanto doloroso quanto è spegnersi l’anima un poco alla volta, giorno dopo giorno.  E poi, avere un Coach ci aiuta a non sentirsi soli mentre ci avventuriamo nel rilancio della nostra vita: ci incoraggia nei momenti critici e ci permette di restare focalizzati sulla meta che vogliamo raggiungere, mantenendo alte le motivazioni ed i valori che ci permettono di tenere duro ed andare avanti, ad ogni costo, fino al successo.

Rabbia, paura ed autocontrollo

Avere autocontrollo significa possedere una grande virtù, estremamente utile per affrontare e gestire adeguatamente i momenti più difficili.

Quello che è importante capire è che tale virtù non è necessariamente un dono di nascita ma un’attitudine che può essere studiata, desiderata, appresa e sviluppata.

Innanzi tutto sfatiamo il mito che vuole descrivere coloro che possiedono un grande autocontrollo, persone senza paura e prive di sentimenti negativi: a cosa servirebbe allora avere autocontrollo se non ci fosse nulla da tenere sotto controllo? Che bisogno avremmo di gestire la paura se ne fossimo privi a prescindere?

Ecco che allora chiunque fosse portatore di grande autocontrollo, sarebbe certamente una persona che avrebbe largamente sperimentato cose come la “paura vera” , come pure altri poco nobili sentimenti quali l’odio e la rabbia..

Tutto questo accade perché la natura ce lo impone: esiste il giorno e la notte, il caldo ed il freddo, il bello ed il brutto, il giusto e lo sbagliato..tutta la nostra vita si svolge a cavallo di fattori diametralmente opposti e differenti, con i quali tentiamo quotidianamente di stabilire un equilibrio, che sia congruente con i nostri valori, la nostra identità, le nostre ambizioni.

Sentimenti apparentemente negativi come la rabbia o la paura, hanno l’importantissima funzione di comunicarci dei messaggi che potrebbero rivelarsi vitali per la nostra sopravvivenza: è grazie alla paura di perdere i nostri figli che siamo premurosi e vigili; ed è imparando ad autocontrollarci che evitiamo di sconfinare in comportamenti eccessivi, ossessivi e controproducenti, che finirebbero per trasmettere incertezza, instabilità e timore di ogni minima cosa. La rabbia invece, talvolta ci aiuta a scoprire quanto una cosa fosse veramente importante per noi, rendendoci più consapevoli delle nostre fragilità ma anche della nostra determinazione a diventare più forti.

Per questo, imparare la difficile arte del gestire convenientemente le proprie emozioni, è fondamentale per crescere, maturare e rafforzarsi in modo sano e virtuoso.

Risolvere civilmente un conflitto interpersonale, affrontare efficientemente un compito in classe, scattare al momento giusto dai blocchi di partenza dei 100mt piani, frenare l’impulso di strangolare la suocera, sono solo alcune delle migliaia di azioni che ogni giorno tentiamo di  gestire responsabilmente e comunque nel nostro interesse. Non a caso, la prima cosa da imparare a fare per acquisire il controllo delle nostre azioni è chiedersi sempre quali benefici ci porterà ciò che stiamo per fare e se sia la cosa più giusta per noi: domandarsi se non ci siano altre possibili opzioni più compatibili con i nostri interessi; tentare di esplorare le possibili conseguenze per valutarne l’impatto sul presente e nel futuro; infine agire nella modalità che abbiamo individuato come più opportuna per le circostanze.

Ovviamente quando siamo in condizioni di stress tutto questo andrebbe elaborato in pochi istanti..ma come ho detto, l’autocontrollo è qualcosa alla quale occorre educarsi (o essere educati) affinché diventi parte del nostro patrimonio comportamentale più spontaneo.

Come la PNL insegna, a volte può essere utile ispirarsi a qualcuno che conosciamo ed al quale attribuiamo determinate doti, in modo da riprodurre quel determinato comportamento che consideriamo vincente per affrontare una determinata circostanza (per la quale riteniamo di non avere abbastanza risorse per uscirne bene).

Personalmente, vengo da una famiglia in cui l’autocontrollo era un pilastro fondamentale dell’educazione, con il quale coincidevano anche dei valori importanti come la giustizia e la non violenza: “se pensi di essere nel giusto, per quale ragione devi dimostrarlo con un linguaggio violento che è tipico di chi non ha argomenti validi?”  Così, associare la calma con la “virtù dei forti” e la rabbia incontrollata con il tipico “comportamento da deboli”, può ulteriormente motivare il percorso di crescita verso la consapevole determinazione delle proprie azioni.

E a pensarci bene, anche una famosa pubblicità di pneumatici recitava: “la potenza è nulla senza il controllo”…

Avere un’ esigenza non vuol dire avere un problema

Molti anni fa, quando ero un giovane manager rampante (o quanto meno credevo di esserlo), lavoravo come funzionario commerciale in una delle maggiori società di gestione del risparmio italiane.

Poiché i nostri fondi comuni di investimento erano distribuiti attraverso una moltitudine di istituti bancari, capitava molto raramente che ricevessimo dei clienti presso la nostra sede. Un giorno mi chiesero di occuparmi di un signore che si era presentato nei nostri uffici e così lo accolsi in una delle sale riunioni disponibili.

Si trattava di un uomo sui settanta anni portati bene, vestito casual ma ben curato: ancora ricordo i capelli bianchi e quel giubbotto di Polo Ralph Lauren,  che gli dava un aria giovanile ma calibrata, senza scadere nell’effetto “vorrei ma non posso”.

Mi presentai con una stretta di mano facendolo accomodare al tavolo, per poi esordire con disinvoltura nel modo più infelice che potessi trovare, dicendo: “allora, mi dica pure il suo problema”.

Il suo volto improvvisamente cambiò espressione, facendosi scuro come se gli avessi insultato a morte l’intero albero genealogico: i suoi occhi si fecero di ghiaccio, facendo precipitare la temperatura della stanza a livelli antartici. Senza che avesse il bisogno di insinuarsi, il dubbio che avessi commesso una clamorosa gaffe era già una monolitica certezza, inevitabile quanto le parole che avrebbe pronunciato con tono perentorio: “Scusi, cosa le fa pensare che io abbia dei problemi ??…Le ho forse detto di avere un problema??!!”…

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Scegliere e cambiare idea

A volte, capita di dover prendere decisioni drammatiche, la cui portata determina conseguenze importanti sul nostro futuro. Stabilire se accettare o meno l’accanimento terapeutico per una malattia che non lascia scampo, valutare se interrompere o meno una gravidanza non desiderata, decidere se sacrificare o meno i propri valori per la carriera, sono solo alcune delle situazioni più o meno “estreme” che la vita talvolta ci pone. Una ricetta per affrontare questi dilemmi è cercare la presenza di una possibile terza alternativa ma talvolta può accadere che non ci sia. In questo caso, stilare una lista di “pro e contro” per l’uno e l’altro caso può aiutarci a visualizzare meglio la qualità delle possibili prospettive, per valutarle meglio con cognizione di causa.

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I paradossi della natura umana

Uno dei temi più trattati dal Coaching è il cambiamento: che questo sia di natura professionale o privata, riguarda comunque un conflitto interno alla natura umana, da sempre.

Eppure, osservando la natura umana stessa, la storia dell’uomo comincia, prosegue e finisce attraverso un numero incalcolabile di continui cambiamenti: a partire dall’embrione, alla formazione dell’individuo, la storia di una persona è accompagnata dal persistente variare di ogni possibile cosa dentro di se, quanto fuori di se. Nel senso che il nostro cambiamento avviene all’interno di un contesto altrettanto in divenire. Cambiano i tempi in cui viviamo, cambiano le condizioni atmosferiche, cambiano i luoghi che frequentiamo, cambiano le leggi, le strade, le tecnologie, le culture. Non c’è nulla che resti immutato: perfino la roccia, modifica la sua forma sotto la continua percussione delle piogge.

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Il segreto e’ partire da cio’ che si ha

Molte persone sono afflitte da problemi per i quali non sono in grado di intravedere una soluzione: inevitabilmente nel tempo questo disagio si tramuta in frustrazione fino a sfociare in depressione. Il fatto è che spesso la nostra natura tende a farci focalizzare su ciò che ci manca, piuttosto che su ciò di cui disponiamo, distogliendoci ulteriormente dalla possibile soluzione. Personalmente, tutte le volte che sono rimasto chiuso fuori casa senza chiavi sono poi riuscito ad entrare in qualche modo: è la vecchia storia di chi vede il bicchiere mezzo vuoto oppure mezzo pieno; non mi sono mai tormentato sul fatto che non avessi le chiavi ma piuttosto ho sempre pensato che un modo alternativo per entrare dovesse assolutamente esistere. Oggi infatti, posso affermare che un portone chiuso può essere aperto con un chiodo, con una lastra per raggi X, con il filo di nylon del decespugliatore,  con un filo di ferro..e per chi lo volesse, sono in grado di fornire i dettagli. Quello che però vorrei si capisse, è che rimettendo totalmente in discussione il concetto per il quale le porte si aprono solo con la chiave, ci sarà possibile compiere cose che non ci saremmo mai aspettati di saper fare. Nei momenti di difficoltà,  restare calmi per valutare la situazione e cercare di capire quali siano gli strumenti alternativi che la circostanza ci offre, è il modo migliore per reagire attivamente, alla ricerca di una soluzione pratica e realistica. E’ necessario cambiare prospettiva: passare dalla persona smarrita che con sguardo attonito fissa la serratura del portone ripetendosi “non ho le chiavi..”, alla persona che si autodetermina ad entrare in ogni modo possibile, perché “un modo per entrare deve pur esserci!” La vita è piena di porte di cui abbiamo smarrito le chiavi..ma l’atteggiamento mentale è fondamentale per andare oltre la soglia: ci saranno porte di cui ritroveremo le chiavi, altre che scassineremo, altre che prenderemo a spallate nella speranza che cedano (prima di noi)…ma fin quando faremo tutto ciò che è in nostro potere per varcarle, non affronteremo il rimpianto di non averci provato.

Imparare a (pensare e) parlare positivo

Molto spesso, quando parliamo, non ci accorgiamo di trovare più naturale esprimerci con frasi “negative”. Per esempio, in risposta ad una domanda semplice del tipo “ma tu cosa vorresti?” ciascuno trova più facile dire “non vorrei più essere ansioso” piuttosto che “desidererei essere sereno”…”non vorrei più sentirmi insicura”, piuttosto che “vorrei sentirmi sicura di me stessa”. Ovviamente, tono della voce, postura, ritmo respiratorio, espressione del viso, sono tutti allineati a rafforzare il tenore pessimistico dell’affermazione. La cosa peggiore è che anche con i nostri figli, ancorché mossi dalle più buone intenzioni,  ci rivolgiamo spesso con un linguaggio negativo. Questo accade soprattutto quando ci raccomandiamo affinché seguano i nostri consigli: finiamo così per dire “non fare tardi” anziché “torna presto”;  “ricordati di non correre” anziché “ cerca di essere prudente”. Ciò che rende importante la differenza tra queste due forme di linguaggio è che quando esprimiamo una frase come “attento a non inciampare”, proiettiamo nella mente di chi ci ascolta proprio l’atto del cadere, influenzando la stessa capacità di azione della persona che abbiamo voluto avvertire. Con i bambini in particolare, poiché questi hanno una spiccata abilità nel visualizzare ciò che diciamo loro, accade proprio che le nostre raccomandazioni (così confezionate) finiscano per rivelarsi dei veri e propri sabotaggi. Continue reading

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