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La scelta della scuola superiore

Questa volta un tema d’attualità: decidere il proprio futuro a 13 anni.

Il contesto è ovviamente quello del paese Italia, con il suo sistema scolastico/educativo, fatto di fantomatiche riforme, avulso da qualsiasi forma di buon senso e orientamento verso le necessità dei giovani studenti.

Come la PNL insegna, le persone costruiscono le proprie mappe relative a cose e fatti, attraverso le proprie esperienze, determinando così dei modelli di riferimento per orientarsi in futuro.

Scopro così interessanti implicazioni nei criteri che gli adolescenti utilizzano per determinare la scelta della loro futura scuola: per esempio procedendo per esclusione,  individuando la concentrazione di materie antipatiche per Istituto Scolastico. Se è vero che sia tipico per la natura umana enunciare i propri desideri partendo da ciò che non si desidera, ritengo che in questo caso giochi un ruolo più determinante come i giovani abbiano assimilato il valore della scuola attraverso l’esperienza diretta.

Entusiasmarsi studiando le guerre puniche o l’Eneide piuttosto che un’ equazione, richiede il presupposto della consapevolezza nei confronti del possibile utilizzo che si potrà fare di queste conoscenze: consapevolezza che, nella maggior parte dei casi,  è assente, ovvero  mancano le motivazioni che spingono a comprendere l’utilizzo pratico di un insegnamento.

Passare ore sui libri, prima a scuola e poi a casa, senza comprenderne l’utilità è frustrante quanto lo è per un adulto svolgere un lavoro inutile per se stesso e per la comunità. È così che alcune materie finiscono per diventare ostiche e perfino odiate, al punto da diventare un elemento discriminante nella scelta di una scuola.

Ma se appassionare gli studenti con quale che sia la materia, resta un tema da sviluppare a parte, resta fondamentale aiutarli a capire che il criterio di una scelta deve basarsi sulle proprie inclinazioni, gusti, capacità, desideri, sogni da realizzare: partire dal “cosa vorrei fare” anziché “cosa non voglio fare”; proseguire con il “cosa vorrei diventare”, piuttosto che il contrario.  Le loro potenzialità non dovrebbero essere influenzate dal desiderio che alcuni genitori hanno di essere emulati (“sono un avvocato di successo ed anche mio figlio lo sarà”),  come pure sarebbe opportuno resistere al desiderio di seguire i compagni di scuola più simpatici, accodandosi alle loro scelte, come se un indirizzo di studi valesse qualsiasi altro.

Cinque anni alle superiori volano quando li guardi da un età adulta…ma quando ti ci trovi dentro sembrano un’eternità se ogni mattina ti devi svegliare con l’incubo di un’interrogazione di cui già preconizzi l’esito catastrofico.

Lasciate che i vostri ragazzi trovino la strada migliore seguendo le proprie attitudini: incoraggiateli ad esplorare i propri desideri e a verificare le proprie qualità, ad enunciare i propri sogni e a immaginarsi in un futuro prossimo in cui realizzarli.

Permettete loro di informarsi, presso le scuole e presso amici che già le frequentano: date la giusta importanza alla curiosità con cui indagheranno, alla sensibilità con la quale valuteranno le proprie esigenze rispetto alle opportunità da cogliere.

Certamente avranno già molti preconcetti da affrontare..ma la giovinezza è uno stato di grazia che concede tutte le risorse necessarie per superarli.

Avere obiettivi nella vita

Un obiettivo è la rappresentazione futura di come vorremmo evolvere il nostro presente, o come nel presente vorremmo che fosse il nostro futuro, qualificandolo con un preciso traguardo: oggi ho la febbre ma per giovedì prossimo dovrò essere in grado di tornare al lavoro; entro il 20 del mese dovrò avere già raggiunto il budget; voglio iscrivere mio figlio nella scuola migliore..e così via.

Ora, se un obiettivo rappresenta l’ideale soddisfazione di un’esigenza, non avere obiettivi equivarrebbe a non avere esigenze. Ciò nonostante, molte persone affermano di non sapersi porre degli obiettivi, da cui deduco che un’esigenza esiste, ed è quella di sapersene dotare in modo da motivare, stimolare la propria esistenza: mi riferisco a quell’indefinibile sensazione di insoddisfazione di cui molti non sanno dare spiegazioni se non in modo confuso, accennando di essere insoddisfatti, di non sapere bene cosa vogliono, cosa potrebbero fare.

Diciamo subito che allora, più che un fatto di avere le risposte, si tratta di imparare a porsi le domande: perché sono insoddisfatto? Cos’è in particolare che vorrei cambiare della mia vita? Cosa mi piacerebbe fare? Di cosa necessiterei per poterlo fare? Dove potrei reperire le risorse necessarie? Come dovrei gestirle per ottenere ciò che desidero?

Il  Life-Coaching ha un approccio pragmatico perché ha la caratteristica di procedere individuando e qualificando precisi obiettivi da raggiungere: si parte dal prendere coscienza di cosa siamo oggi per arrivare a come vorremmo essere domani, individuando le necessarie risorse interiori che sono funzionali a percorrere questo percorso con successo.

Porsi le domande giuste è quindi importante per accendere quei processi decisionali che sono alla base del cambiamento di cui abbiamo bisogno: capire cosa veramente si vuole e cosa saremmo disposti a fare per ottenerlo, sono i requisiti principali per indirizzare le nostre energie nella giusta direzione; risorse che devono spingere dall’intenzione all’azione attraverso un disegno (strategia) che descriva le modalità precise (tattiche) con le quali ci si propone di raggiungere il traguardo.

Naturalmente, ci sono obiettivi ambiziosi che richiedono tempo, pazienza e perseveranza: può capitare di perdere la focalizzazione per mano della stanchezza, per un calo della motivazione dovuto alla distanza dal risultato da raggiungere ed allora non è solo più questione di dotarsi di obiettivi ma di come restare motivati verso di essi.  In questo caso, un Coach ha pure il compito di affiancare il proprio cliente e sostenerlo incoraggiandolo e mantenendolo motivato e focalizzato sugli obiettivi condivisi. Naturalmente ci sono anche delle tecniche che possono essere utilizzate per agevolare o rafforzare questo processo: per esempio “ancorando” il cliente ai propri obiettivi attraverso oggetti che rappresentino il risultato da raggiungere; se metaforicamente parlando, la Ferrari fosse l’icona rappresentativa del tenore di vita-obiettivo del cliente, tenere in tasca una copia della chiave di questa macchina permetterebbe uno stimolo sensoriale potente e motivante, ogni qual volta questi la osservasse nella sua mano.

La percezione sensoriale ha infatti il potere di facilitare l’elaborazione di un obiettivo in quanto ci permette di rappresentarlo in modo più concreto di quanto non faccia l’immaginazione: ecco perché davanti ad una vetrina, vedendo un bell’oggetto che colpisce i nostri gusti, siamo in grado di determinarci a dire “lo voglio”, esprimendo perentoriamente ed inconsapevolmente la volontà di raggiungere un obiettivo molto specifico che però non ci comporta lo sforzo di individuarlo e qualificarlo.

In tutti gli altri casi però, quando si tratta di affrontare i principali temi della vita, del tipo “cosa vorrei fare da grande”, occorre affrontare l’argomento con metodo e consapevolezza delle possibili conseguenze che possono scaturire da una scelta ben fatta o meno.

Dopo tutto, la vita è bella anche perché non tutto ciò che offre lo espone in vetrina..

La speranza

Anche quest’anno sta per finire e come sempre è tempo di bilanci.

Tra l’altro, il 2010 ha dato i natali a questo Blog da cui spero di avere offerto qualche utile spunto di riflessione ai numerosi avventori che vi sono transitati più o meno regolarmente. L’ultimo spunto che desidero lanciare sul photofinish riguarda proprio la celebrazione del Capodanno, con le sue tradizioni, convinzioni, desideri e buoni propositi, proprio perché l’immaginario collettivo è rappresentato da una “mappa” abbastanza comune e diffusa, che bene descrive il nostro modo di pensare nei confronti del passato, presente e futuro.

Significativa è l’invenzione del tempo, affinché l’uomo potesse orientarsi attraverso gli eventi, con un modello organizzativo che prende il nome di stagioni, anni, mesi, giorni, fino ad arrivare ai millesimi di secondo. In questo modo, il 31 dicembre di ogni anno è come se qualcosa avesse veramente terminato il suo corso..come se la natura potesse predisporci una ricarica nuova da spendere per i successivi 12 mesi: potremmo attribuire i nostri eventuali insuccessi a un anno particolarmente sfortunato e,  naturalmente secondo questa mappa, le nostre speranze verrebbero riposte nel nuovo anno, cui attribuiremmo il potere mistico di determinare la nostra fortuna, come se la vita dipendesse più da fatti esterni che dalla qualità e quantità del nostro operato.

Certo, molti diranno che augurarsi che il nuovo anni ci porti qualcosa di buono è solo un luogo comune, una tradizione popolare e niente altro..ma a guardare i dati di crescita del super enalotto, del win for life e delle diaboliche slot machine che popolano bar e tabaccherie di tutta Italia, direi che il futuro del genere umano si stia attaccando più a un’improbabile speranza che a poche ottimistiche certezze. Non che la fortuna abbia mai avuto un ruolo trascurabile nella vita delle persone..ma almeno ai tempi dei nostri nonni si diceva che aiutava gli audaci, che proprio non sono quelli che oggi comprano il “gratta e vinci” all’ Autogrill..

Eppure se oggi abbiamo l’elettricità, internet, gli aerei di linea che ci portano oltreoceano, l’aria condizionata..se abbiamo sconfitto le malattie di ogni secolo e portato acqua e gas nelle case, lo dobbiamo a uomini e donne che hanno scommesso su qualcosa di più che un numero della roulette: parlo di persone che hanno creduto fortemente nelle infinite potenzialità dell’essere umano  dedicando ogni propria risorsa per individuare le possibili soluzioni ai disagi di ogni tempo, se non per migliorare la qualità di vita della specie.

Dedico queste righe ai medici e paramedici che militano negli ospedali africani dove non c’è tempo per aspettare un colpo di fortuna e dedico queste riflessioni a chiunque si trovi per scelta ad operare dove soltanto sperare nel nuovo anno non allevierà le sofferenze dei più deboli. Desidero onorare chi, per fede, per coraggio, per solidarietà, si mobilita ogni giorno per fare di questo pianeta un posto migliore in cui vivere, spinto dalla convinzione che avremmo già le risorse necessarie per riuscirci se soltanto ci  impegnassimo tutti insieme. Per inseguire questo sogno non occorre necessariamente essere scienziati, astronauti, medici o ingegneri: basterebbe capire meglio il valore della vita, apprezzarne la sua varietà, rispettandone i valori, condividendo risorse ed obiettivi per offrire una esistenza dignitosa a tutti.

E allora Buone Feste, soprattutto alle donne e agli uomini di buona volontà che sono oggetto delle altrui speranze.

il problem solving e la parabola del barometro

Per la maggior parte di noi, risolvere un problema è un compito più legato a un metodo che all’ingegno: è più correlato con l’apprendimento e la messa in opera di un determinato protocollo comportamentale che alla capacità di riflettere, immaginare ed elaborare varie possibilità d’intervento tra le quali individuare quella che sembra più appropriata al caso.

Dopotutto non è un caso se coniamo proverbi del tipo: chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova..  siamo attaccati alle nostre piccole grandi certezze e ci sentiamo confortati da questo bagaglio di ovvietà fino a quando, inevitabilmente qualcosa interviene dimostrandoci che la vita è fatta di continui mutamenti ai quali sottrarsi è impossibile per chiunque.

Pertanto, soluzioni vecchie, che su un determinato contesto hanno sempre funzionato, non è detto che non possano fallire: magari il campo è lo stesso, la squadra anche, gli avversari pure..ma un diverso allenatore potrebbe sconvolgere un risultato apparentemente scontato; oppure quel giorno gli avversari sono più forti della stagione precedente..tutto può cambiare..e allora diventa importante saper improvvisare nuove e diverse soluzioni, reazioni, comportamenti, per trovare quel qualcosa che può essere funzionale e complementare a quel qualcos’altro. Insomma, la quadratura del cerchio, la tessera del mosaico, l’incastro del puzzle.

Per sua natura, la mente umana, tende sempre a cercare tra le proprie esperienze quella che somiglia di più alla situazione presente che sta vivendo, nel tentativo di individuare immediatamente un comportamento adatto alla circostanza: se la soluzione più evidente non funzionasse però, allora dovrebbe appellarsi al suo lato creativo, che sempre in virtù dell’esperienze vissute, dovrebbe sforzarsi per trovare altre possibilità di successo. In questo campo è interessante notare come di fronte alla scarsità di idee, nel momento in cui in un gruppo qualcuno ne trova una, immediatamente altri individui ne trovano altre, come se più che un problema di esplosivo si trattasse di un problema di innesco. Certamente questo dimostra che la creatività ha spesso bisogno di stimoli esterni..tuttavia domandiamoci chi stimolerà mai il primo individuo? Magari la natura, un rumore o un’immagine..tuttavia è certo che chi possiede una spiccata attitudine nel trovare soluzioni, ha una mentalità molto aperta sia verso l’esterno che l’interno: ovvero una capacità di cogliere gli stimoli esterni e nel contempo saper rimettere in discussione ogni certezza acquisita affinché si possano generare nuovi schemi con la massima flessibilità.

A questo proposito, quello che segue è un simpatico racconto che ho conservato da diversi anni, immaginando che un giorno avrei potuto condividerlo per uno scopo meno ovvio delle quattro risate che è in grado di regalare.

Qualche tempo fa venni chiamato da un collega che mi chiedeva se potevo assisterlo nel valutare una risposta ad una domanda d’esame. Egli intendeva dare uno zero ad uno studente per una sua risposta ad un test di fisica, mentre lo studente sosteneva di meritare il massimo dei voti, e che così
sarebbe stato se il sistema non fosse stato truccato a svantaggio degli studenti. Sia lo studente che l’insegnante concordarono di accettare il giudizio di un giudice imparziale, ed io venni scelto per questo.
Andai nell’ufficio del mio collega e lessi la domanda dell’esame: “Dimostrare come sia possibile determinare l’altezza di un edificio con l’aiuto di un barometro”. Lo studente aveva risposto: “Portare il barometro in cima all’edificio, attaccarlo ad una lunga corda, calarlo fino alla strada e poi tirarlo su, misurando la lunghezza della corda. La lunghezza della corda equivale all’altezza dell’edificio.” Io feci presente che lo studente aveva effettivamente delle buone ragioni dalla sua, considerando che davvero aveva risposto alla domanda completamente e correttamente. D’altra parte, se gli fosse stato dato il massimo dei voti, questo avrebbe contribuito alla valutazione positiva della sua preparazione in fisica. Una valutazione positiva dovrebbe certificare una competenza nel campo della fisica, e la risposta non corroborava questa ipotesi. Suggerii perciò che allo studente venisse concessa una seconda possibilità per rispondere alla domanda.
Non mi sorprese quando mio collega si disse d’accordo, ma mi sorprese quando fu lo studente a dichiararsi d’accordo. Diedi perciò sei minuti allo studente per rispondere alla domanda, con l’avvertimento preventivo che la risposta avrebbe dovuto dare prova delle sue conoscenze di fisica. Alla fine dei primi cinque minuti, non aveva ancora scritto nulla. Gli chiesi se volesse ritirarsi, ma rispose di no. Aveva un sacco di risposte al problema, stava solo pensando a quale fosse la migliore. Gli chiesi scusa per averlo interrotto e lo pregai di continuare.
Nel minuto successivo, scrisse fulmineamente una risposta che diceva: Portate il barometro in cima all’edificio e sporgetevi in fuori oltre l’orlo del tetto. Lasciate cadere il barometro, cronometrandone la caduta e quindi, usando la formula x =0.5*a*t^2, calcolare l’altezza dell’edificio.”
A quel punto, chiesi al mio collega se volesse arrendersi. Lui accettò, concedendo allo studente quasi il massimo dei voti. Mentre me ne stavo andando dall’ufficio del collega, mi ricordai che lo studente aveva detto che aveva altre risposte al problema, e gli chiesi quali fossero.
“Beh,” disse lo studente “ci sono molti sistemi per scoprire l’altezza di un edificio usando un barometro.” “Per esempio si può portar fuori il barometro in una giornata di sole, e misurare l’altezza del barometro, la lunghezza della sua ombra e la lunghezza dell’ombra dell’edificio, e poi, usando una semplice proporzione, determinare l’altezza dell’edificio.”
“Bene,” gli dissi “e ci sono altre risposte?” “Certo,” disse lo studente “C’è un sistema di misura molto semplice che le piacerà. In questo metodo, si prende il barometro, e si cominciano a salire le scale. Salendo le scale, si segna con un tratto la lunghezza del barometro sulla parete. Poi si contano le tacche, e questo le fornisce l’altezza dell’edificio in barometri.” “Un metodo molto diretto.”
“Naturalmente Se vuole un metodo più sofisticato, può legare il barometro ad un pezzo di spago, farlo dondolare come un pendolo, e determinare il valore di g a livello strada ed in cima all’edificio. Dalla differenza dei due valori di g, si può calcolare, in linea di principio, l’altezza dell’edificio.”
“Parimenti, si può portare il barometro in cima all’edificio, attaccarlo ad una corda lunga, calarlo fin quasi a livello strada e poi farlo oscillare come un pendolo. Si può calcolare l’altezza dell’edificio dal periodo della precessione.” “Infine,” concluse, “ci sono molti altri metodi per risolvere il problema.
Probabilmente il migliore”, disse, “consiste nel portare il barometro nello scantinato, e bussare alla porta del custode quando il custode apre, gli si dice così:’Signor Custode, ecco qui un bel barometro. Se lei mi dice l’altezza dell’edificio, glielo regalo.”
A questo punto, chiesi allo studente se davvero non conoscesse la risposta convenzionale alla domanda. Lui ammise di conoscerla, ma disse che si era francamente stufato di docenti universitari che cercavano di insegnargli come pensare.

Quante volte a scuola ci hanno spiegato le finalità per le quali dovevamo sottoporci agli studi di una materia o di un argomento?

Avete mai sentito un’insegnante di geografia parlare di jet lag?  Sicuramente la spettacolare reazione delle Mentos nella Coca Cola non l’avrete appresa dal prof. di chimica, ne’ quello di fisica vi avrà parlato di balistica spiegando che il tappo di uno spumante d’Asti nel primo metro di percorrenza raggiunge i 200km/h , grazie alla pressione (di circa 7 atmosfere) del gas, provocata dalla decomposizione degli zuccheri in fermentazione..

La chiave dell’apprendimento è nel coinvolgimento, nella condivisione che porta alla motivazione, nello stimolo della curiosità che spinge a voler capire per se stessi anziché per la gloria di un voto.  Le capacità di pensiero, riflessione, elaborazione, sono già preinstallate dalla natura e necessitano solo di stimoli per esercitarsi: per un giovane lo stimolo non è l’ipotenusa ma come calcolare il piano inclinato della rampa da skateboard, è studiare l’inglese partendo dai testi del suo cantante preferito, è partire dalla storia più recente per capire perché i suoi nonni dovevano dormire in un rifugio anti aereo, è dibattere sul pessimismo cosmico di Leopardi per confrontarlo con quello della sua adolescenza o della sua civiltà.  Forniamo uno scopo capace di ispirare la curiosità e lo studio di qualsiasi attività umana, affinché la passione guidi i giovani verso la ricerca infinita delle risposte che l’ignoto nasconde..e avremo facilitato lo sviluppo di menti brillanti, sempre tese a capire, con passione e flessibilità, verso se stesse e verso la vita.

impensabile non vuol dire impossibileunthinkable does not mean impossible

Una celebre frase del grande pilota (di automobilismo) Mario Andretti recita: “se hai la sensazione di avere la situazione sotto controllo, evidentemente non stai andando abbastanza veloce..”

Com’è possibile capire se possiamo andare oltre il nostro limite se ancora non l’abbiamo raggiunto??

Che cos’è il limite? In teoria è il punto oltre il quale, in un determinato momento, di fronte a un certo ostacolo, non abbiamo la capacità di andare oltre..in pratica, il limite è un’idea, una convinzione: la nostra personalissima rappresentazione di un luogo, una linea, un punto  oltre il quale riteniamo di non poter andare, tanto con il corpo (pensiamo all’asticella del salto in alto) quanto con la mente (come nel caso di un calcolo matematico di elevata complessità).

Le origini di questo atteggiamento mentale possono essere svariate,  come una scarsa autostima, una discutibile capacità di auto valutarsi, la predisposizione a lasciarsi influenzare dal pessimismo altrui…in ogni caso, è quasi sempre vero che, posti di fronte ad una serie di ostacoli, il primo, il più insormontabile,  è quello che ci siamo creati noi stessi, con le nostre indecisioni, incertezze e fragilità. Ovviamente, una volta stabilita l’inviolabilità dell’ostacolo, l’alpinista cesserà di scalare la montagna, il maratoneta cesserà di correre, lo studente smetterà di studiare, lo scienziato non farà più ricerche, il soldato smetterà di combattere.

La buona notizia è che se il limite è nella nostra mente,  (e credetemi, è li che risiedono la maggior parte degli ostacoli che incontriamo nella vita) esso si trova proprio nel posto meno sicuro per sopravvivere nel tempo.  Se il limite è un’idea, le idee possono cambiare e diventare una fantastica avventura in cui confrontarsi continuamente con se stessi e con il mondo circostante, per sfidare e sfidarsi, crescere ed evolvere.

Dopo tutto, i limiti non sono altro che un codice convenzionale per condividere un parametro che possa, prima o poi, essere infranto.

Per fare questo, bisogna per prima cosa crederlo possibile: come il record dei 200mt. piani stabilito da Mennea nel 1979, poi superato 17 anni più tardi da Michael Johnson; possibile come la scalata delle 14 montagne oltre gli ottomila metri (Reinhold Messner); possibile come sopravvivere due mesi e mezzo, imprigionati in una miniera a 700mt. di profondità (i minatori Cileni). Una volta capito e deciso che questo punto di riferimento è lì solo per essere superato, occorre elaborare una strategia per riuscirci ed applicare ogni tattica possibile, spendendo ogni risorsa disponibile, del corpo e della mente.

Per superare i propri limiti bisogna imparare a conoscerli e l’unico modo per farlo è frequentarli il più possibile, allenandosi con grande impegno ai massimi livelli, per abituarsi a quella zona in cui possibile e impossibile convivono, separati da una membrana invisibile e permeabile, dove vincere o cadere può dipendere da un soffio..

Per questa ragione, anche l’atleta più forte e talentuoso, se in allenamento non cade mai, significa che non sta prendendo confidenza con i propri limiti.. Cadere è una conseguenza dell’osare, del credere possibile, del combattere, del determinarsi a raggiungere l’obiettivo.

Cadere significa avere trovato il limite e finalmente avere visto con chi avere a che fare, per poterlo studiare, affrontare e battere.

Si comincia camminando a malapena sulla trave e si finisce per fare un salto mortale rovesciato sulla corda..e quello che un giorno era impensabile, finisce per diventare possibile. Già, perché spesso le cose che riteniamo impossibili restano tali solo fino a quando le consideriamo impensabili.A famous phrase of the great driver (motor racing) Mario Andretti says: “If you feel that you have the situation under control, you’re not going fast enough ..”
How could we go beyond our limits if we have not reached yet?
What is the limit? In theory, the point beyond which, at a given moment, facing a certain obstacle, we do not have the ability to go further .. in practice, the limit is an idea, a conviction that our own personal representation of a place , a line, a point beyond which we cannot go, nor with the body (think hight jumping stick) neither with the mind (as in the case of a highly complex mathematical calculations).
The origins of this mindset can be varied, such as low self-esteem, a questionable ability to self-evaluation, the tendency to be influenced by the pessimism of others … in any case, it is almost always true that, faced with a series of obstacles, the first, the most intractable is that we have created ourselves, with our indecision, uncertainty and fragility. Of course, once established the inviolability of the obstacle, the climber will cease to climb the mountain, the marathon will cease to run, the student will stop to study, the scientist will cease the research, the soldiers stop fighting.
The good news is that if the limit is in our mind, (and believe me, it’s there that counts most of the obstacles we encounter in life) it is located in the least safe place to survive over time. If the limit is an idea, ideas can change and become a fantastic adventure, an exciting challage with ourself and the surrounding world, to fight and compete, grow and evolve.
After all, the limits are nothing more than a conventional code to share a parameter that can, sooner or later be broken.
To do this, we must first believe it possible: as a record of 200 meters drawn up by Mennea in 1979, then passed 17 years later by Michael Johnson; as possible to climb the 14 mountains over eight thousand meters (Reinhold Messner); possible as survive two and half months, trapped in a mine at 700 mt. depth (Chilean miners). Once understood and agreed that this reference point is there only to be overcome, it must be develop a strategy to succeed and to apply every tactic possible, spending every available resource, related to the body as much as the mind.
To overcome our own limitations we must learn to know them and the only way to do this is to attend them as much as possible, training with great commitment at the highest levels, to get used to the area where possible and impossible live together, separated by an invisible, permeable membrane, where win or fall may depend on a breath ..
For this reason, even the strongest and most talented athlete, whether in training never falls, it means that he is not getting to grips with its limitations .. Falling is a consequence of dare, of  believeing in the human being, of fighting supported by the determination to achieve the goal.
Falling means you have found the limit and finally have seen those who you have something to do, to be able to investigate, compare and defeat.
It barely begins walking on the beam and you end up doing a flip upside down on the rope .. and what a day was unthinkable, ends up as possible. Yeah, because often the things are impossible until we consider them unthinkable.

il Talentothe Talent

A volte basta davvero poco..alcuni bambini, basta osservarli e ci si rende subito conto del loro talento: per la musica, lo sport, l’arte, o per una delle tante attività che caratterizzano il genere umano. Spesso il talento traspare inevitabilmente, con grande naturalezza, evidente e radioso come il colore dell’alba. Una volta scoperto, è facile per un genitore incoraggiare i propri figli a esprimere questo dono con spontaneità, poiché altrettanto spontaneo è il meccanismo che lo genera, a prescindere dalla sua specificità.

Meno imprescindibile è il contesto, ovvero quanto lo scenario possa favorire o meno i suoi possibili protagonisti. Lo dico perché a volte non sempre è possibile scorgere il sole che sorge: a causa delle nuvole, per nostra distrazione, assenza, o perché attratti da altre cose. Così, alcuni di questi talenti restano sottaciuti, inespressi, inutilizzati, come il biglietto vincente della lotteria dimenticato in un cassetto..

A volte però, il tempo è galantuomo e può accadere che nuovi eventi riescano a scuotere anche il più robusto degli alberi, facendo cadere a terra dei frutti mai visti, liberando risorse a lungo nascoste, capaci di cambiare in meglio la vita di una persona e, sovente, non solo la sua.

Un caso storico, portato agli onori della cronaca mondiale, è certamente quello di Susan Boyle  (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): un grande, incredibile talento, rimasto a lungo nascosto dietro la propria apparenza e ai pregiudizi che da questa scaturivano.

Sono tante le ragioni per cui certi doni che la natura ci regala, tardano a rivelarsi: di certo uno dei motivi per i quali adoro il mio lavoro è perché mi offre l’opportunità di aiutare le persone a trovare il proprio tesoro, per apprezzarlo, goderlo e condividerlo con gli altri; non meno appassionante è affiancare chi già è consapevole delle proprie risorse ma desidera averne un maggiore controllo per raggiungere più agevolmente i propri obiettivi.

Ho visto persone ultraquarantenni realizzare sogni ultraventennali, con l’entusiasmo di un bambino, la consapevolezza di un adulto, l’incanto di chi ha riscoperto la vita e la leggerezza di chi ha capito come prenderla.

A prescindere da chi lo possiede, il talento è una magia che non ha età , che non ha scadenza: è un isola che attende di emergere, una vela spiegata in attesa del vento,  un fiore che prima o poi sboccerà liberando profumi e colori.

Per questo il talento va scovato, stanato, sfamato, coltivato, cresciuto, protetto, incoraggiato.  E’ una delle risorse naturali più preziose del patrimonio umano: accrescerne la consapevolezza, imparare ad avvalersene con abilità e coscienza, significa dare un senso compiuto a questo dono, valorizzando la nostra stessa natura. Capito questo, mettere il proprio talento al servizio degli altri è sicuramente il modo più bello per ringraziare chi ce l’ha procurato, indipendentemente da chi ci piace pensare che sia stato.Sometimes you just really a little .. some children, just look at them and we are immediately aware of their talent for music, sports, art, or for one of the many activities that characterize the human race. Often, the talent shines through inevitably, quite naturally, clear and bright as the color of the sunrise. Once discovered, it is easy for a parent to encourage their children to express this gift with spontaneity, just as spontaneous as it is the mechanism that generates it, regardless of its specificity.
Less essential is the context, I mean, how the scenario could help or not its possible protagonists. I say this because sometimes it is not always possible to see the rising sun: because of the clouds, to our distraction, absence, or because we were attracted by other things. Therefore, some of these talents remain unspoken, unexpressed, unused, as the winning lottery ticket forgotten in a drawer..
But sometimes, time is a gentleman and it is possible that new events are able to shake even the sturdiest of trees, making the unseen fruits fall to the ground, freeing up resources in the long hidden, that are able to change a person life, in  better, and , often, not just his.
A historical case, led to the headlines worldwide, is certainly that one about Susan Boyle (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): a great, incredible talent, long remained hidden behind their appearance and prejudices that arose from this.
There are many reasons why certain gifts that nature gives us, are slow to be: certainly one of the reasons why I love my job, it’s related with the opportunity to help people find their treasure, to appreciate, enjoy it and share it with others, not less exciting than supporting those who already are aware of their resources but want to have more control to better achieve their goals.
I’ve seen people over 40 realizing dreams which were lasting for decades, with the enthusiasm of a child, the awareness of an adult, who has rediscovered the magic of life and lightness of those who have figured out how to get it.
Regardless of who owns it, talent is a spell that has no age, which is not dated: it is an island waiting to emerge, a sail awaiting the wind, a flower that will blossom releasing scents and colors.
This is why talent should be discovered, dug out, fed, cultivated, grown, protected, encouraged. It is one of the most precious natural resources of the human heritage: raising its awareness, learning to use it with skill and conscience, is to give full meaning to this gift, celebrating our own nature. Understanding this, putting our own talents at the service of others is surely the most beautiful way to thank those who have procured it to us, regardless of whoever we like to think it was.

Lezione di felicita’Lesson of Happiness

Era bella la mia Porsche, la mia prima 911, bianca e muscolosa, elegante e al tempo stesso sportiva: era la manifestazione visibile della mia personalità, il prolungamento smisurato del mio ego, o, se preferite, il prolungamento del mio ego smisurato.

Comunque, adoravo quella macchina e l’accudivo con la stessa maniacalità con la quale ciascun adone cura se stesso.

Un giorno come tanti, guidando in città, una piccola distrazione le costò l’offesa di un parafango ammaccato. Un danno da poco per molti, una coltellata sul quadricipite femorale per me: come quando una macchia di sugo si tuffa sulla tua cravatta migliore, o ti accorgi che le tarme hanno banchettato con il tuo pullover di cachemire,  o cogli in flagrante la fidanzata (tua) con il migliore amico (tuo, anche quello). Insomma, la tragedia greca interpretata con pessimismo cosmico leopardiano, elevato all’ennesima potenza.

Non ero neanche sceso a guardare: non volevo sapere ciò che già immaginavo e non volevo che i miei occhi potessero scorgere un dramma ancor peggiore di quanto l’immaginazione non avesse già fatto. E poi era sabato e con i carrozzieri chiusi non avrei neppure potuto cercare il conforto immediato del pronto soccorso.  Come gettare benzina sul fuoco, direte voi: no, per me era come un B-29 che sganciava napalm su una raffineria di petrolio.

Ero così giunto a un semaforo e, nell’attesa del verde, biascicavo tutto il mio odio per quel giorno nefasto, con virtuosismi semantici che avrebbero oscurato un’aurora boreale, tanto che se la rabbia fosse stata una forma di energia alternativa, avrei potuto alimentare un quartiere di Los Angeles e avanzarne per scongelare il Polo Nord.

Mentre tutto questo accadeva, la mia attenzione venne attratta da un signore dall’aspetto distinto, che con aria serafica attraversava la strada con il suo cane. Aveva un passo tranquillo e sicuro, un viso rilassato e procedeva sereno per la sua strada incurante del caos cittadino: su una mano impugnava un bastone bianco, troppo sottile per sorreggere il suo peso..sull’altra stringeva qualcosa che somigliava più alla maniglia di un carrello della spesa che a un guinzaglio per cani.  Attraverso il parabrezza, come fosse stato dallo schermo di un televisore, osservai inebetito questo “non vedente” attraversare la strada: sul viso un sorriso che pareva fare il verso alla Gioconda, una postura eretta che esprimeva dignità, procedeva con grande naturalezza, accompagnato dal suo fedele amico a quattro zampe.

Fu come accendere un faro sul mio incommensurabile egoismo egocentrista, sulla fragilità del mio sistema valoriale, su quelle deficienze che il moderno linguaggio magnanimamente definirebbe “aree di miglioramento”..

Sembrava un film, un fulmine a ciel sereno, un bagno d’umiltà nel Gange, la quiete dopo la tempesta, un sorso di saggezza dopo l’arsura della follia, il ritorno alla ragione dopo il delirio, un assaggio di felicità dopo l’oblio.

A volte per crescere basta essere un po’ curiosi, saper osservare e confrontare cosa ci accade dentro con ciò che accade fuori: solo allora sarà possibile capire quanto la lungimiranza sia una virtù più legata alla mente e allo spirito che alle diottrie..e che la vita è una grande riserva di opportunità dove la caccia è sempre aperta, senza discriminazioni di sorta, alla portata di chiunque abbia voglia di guardarsi intorno, vedente o meno..She was beautiful my Porsche, my first 911, white, muscular, elegant and sporty at the same time: it was the visible manifestation of my personality, the invaluable extension of my ego, or, if preferred, the extension of my invaluable ego.
However, I loved that car and I took care of her with the same maniacal care with which each Adonis cares himself.
A day like any other, driving in the city, a small distraction caused her a dented fender. A little damage for  most of the people, a jacknife in the quadriceps femoris for me, as when a drop of coffee lands on your favorite tie, or you realize that the moths have feasted with your cashmere sweater, or your girlfriend has escaped  with the best friend (yours, even that). In short, the Greek tragedy played with cosmic pessimism, elevated to the nth degree.
I was not even looking down there, avoiding  to discover a drama even worse than my imagination had not already done so. And then it was Saturday and with the body-workers closed, it wouldn’t  even offered the consolation by  an immediate first aid. Like throwing gasoline on the fire, you may say: no, for me it was like a B-29, which unleashed napalm on an oil refinery.
I was thus arrived at a traffic light, waiting for the green, muttering all my hatred for that fateful day, with semantic virtuosity that would have obscured the aurora borealis, so that if the anger had been a form of alternative energy, I could supply a neighborhood of Los Angeles, and still have some more to thaw the North Pole.
While all this was happening, my attention was attracted by a distinguished-looking gentleman, who with seraphic mood was crossing the street with his dog. He had a quiet and safe passage, a relaxed face and proceeded to his own way regardless of the surraunding chaos: on one hand he held a white stick, too thin to support his weight, whilst on the other grasped something that looked more like the handle of a shopping cart than a dog leash. Through the windshield, as it was from a TV screen, I watched this “blind” crossing the street with a smile depicted on his face that seemed to make the Mona Lisa, an upright posture expressing dignity, proceeded quite naturally, accompanied by his faithful canine friend.
It was like turning a light on my immeasurable egocentric selfish, on the fragility of my value system, on those deficiencies that modern language generously would define “areas of improvement” ..
It looked like a movie, a thunderclap, a humility bath in the Ganges river, the calm after the storm, a taste of wisdom after the burning of madness, the return to reason after the delirium, a taste of happiness after the oblivion.
Sometimes in order to grow up, you just need to be a little curious as much as to observe and compare what is happening inside with what is happening outside: only then can you understand how “the vision” is a virtue which is more linked to the mind and spirit than a bunch of diopters , as much as life is a boundless prairie of opportunities where hunting is always open, without any discrimination, within the possibility of anyone is willing to look around, blind or not ..

I nostri limiti

In America, i miei colleghi li chiamano “limiting beliefs”, ovvero le convinzioni, i pensieri che sono alla base delle nostre limitazioni: quando pensiamo di non essere all’altezza di un incarico,  o crediamo che certi obiettivi siano fuori dalla nostra portata, spesso dipende dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi e delle “capacità che non pensiamo di avere”; curiosamente, entra in gioco una sorta di auto-reputazione che ci siamo attribuiti nel tempo attraverso le esperienze che si sono susseguite .

Naturalmente, per molti è più comodo pensare di non avere i mezzi per eccellere in qualcosa, piuttosto che impegnarsi e mettersi in gioco per dimostrare il contrario: in questo modo non si rischiano brutte figure, in quanto non si alimentano le aspettative di chicchessia e tanto meno le proprie. Tutto questo però, al caro prezzo di lasciare inespresse alcune delle potenzialità che potrebbero fare la differenza nella nostra vita: questa cosa il nostro inconscio la sa bene e si preoccupa di farcela sapere attraverso quel sottile senso d’insoddisfazione con il quale ci svegliamo ogni mattina, fino a quando quel vago ma continuo senso di frustrazione non ci spingerà ad esplorarne le cause.

Si dice che per “parcheggiare”  un elefante sia sufficiente legarlo ad un modesto paletto, poiché egli è altrettanto legato al ricordo di quando, da cucciolo, non aveva la forza per liberarsene. Insomma, un bestione di qualche tonnellata, capace di sollevare agilmente un tronco d’albero, per tutta la vita resta prigioniero della propria convinzione di non poter spezzare un comune paletto di legno.  Tutto questo per dire quanto certi fenomeni che ci limitano nella quotidianità, siano da cercare più dentro di noi che altrove (come a volte  preferiamo  credere che sia).

I sintomi delle “convinzioni limitanti” sono tipicamente quelli di chi si esprime enunciando un obiettivo mentre al contempo si giustifica per la mancanza dei mezzi necessari al suo raggiungimento: si esprime descrivendo ciò che non ha e ciò che non vuole, piuttosto che affermare cosa vorrebbe ottenere, valutando quali siano le risorse a disposizione per lo scopo. Insomma, per chi “doveva andare a Milano ma la macchina era ancora dal meccanico”, non ci sono piani di riserva che contemplino alternative quali prendere il treno o l’aereo,  noleggiare un auto piuttosto che chiederla in prestito..

Sul fronte opposto, ricordo quando insegnai a sciare a un uomo che aveva perso le gambe dalle ginocchia in giù (ovviamente portava delle protesi per camminare): lui ebbe il coraggio di chiedermi se avrebbe potuto imparare (pensandolo possibile); io ebbi la sfacciataggine di proibirgli di noleggiare l’attrezzatura caldeggiandone l’acquisto per dimostrargli quanto fossi convinto che avrebbe sicuramente sciato. Sarà stato un azzardo, ma il fatto che entrambi lo avessimo creduto possibile, quanto il fatto che entrambi fossimo stati estremamente desiderosi di ottenerlo, fecero accadere la magia, o meglio qualcosa di molto più terreno ma dai risvolti emotivamente indescrivibili.. Certo, ovviamente occorre ricordare che a monte di tutto questo, da parte di chi opera  esiste una determinata sensibilità verso la circostanza, esiste un metodo che va applicato ed esiste un’esperienza con la quale interpretarlo per adattarlo al caso specifico.

Naturalmente, a parte le mie vicissitudini di Maestro di Sci, il tema delle “convinzioni limitanti” rappresenta una delle più frequenti aree d’intervento per un Life Coach: un affascinante viaggio alla riscoperta dell’individuo  e delle sue capacità di rinnovarsi per  affrontare una vita più consapevole e stimolante, con nuove risorse da impiegare per il raggiungimento delle proprie ambizioni.

In fondo, se ci pensate bene, non avere sogni potrebbe anche essere un vero problema..ma avere un sogno nel cassetto è soltanto una meravigliosa opportunità.

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