Scuola, studenti e insegnanti..

Che oggi il nostro sistema scolastico non goda di ottima salute è abbastanza noto ma è altrettanto vero che in ogni epoca, in ogni scuola, ciascuno di noi ha conosciuto uno o più insegnanti capaci compromettere seriamente la serenità di intere famiglie. E non solo quella.

Averne parlato con qualche giovane adolescente mi ha portato a rivisitare antiche paure e insicurezze acquisite sui banchi di scuola con drammatica progressione, partendo dalle elementari per culminare con le superiori.  Questa circostanza mi ha stimolato a riflettere su un fenomeno storico quanto contemporaneo, con il quale avere imparato a convivere non ci fa onore. Non ha senso parlare di riforme scolastiche se non riflettiamo prima su come interpretiamo i principi pedagogici, etici, morali, educativi, ai quali dovremmo ispirarci in famiglia come nella scuola.

La mia speranza è di fornire qualche utile spunto a insegnanti e genitori, affinché il percorso educativo dei giovani venga praticato con maggiore responsabilità e soprattutto consapevolezza dei possibili risvolti da cui possono derivare certi comportamenti.

Prendiamo un caso tipico fra i tanti: la ragazzina che viene interrogata è una brava studentessa, con ottimi voti in tutte le materie, tranne una in particolare, considerata “la bestia nera per tutta la classe”; ma l’aspetto più rilevante non è che la ragazzina  sia incerta nel rispondere per paura di sbagliare, quanto per le possibili reazioni dell’insegnante.. Cosa mai potrebbe accadere di così terribile da semiparalizzare la capacità di espressione di un giovane individuo? Ve lo dico io: la previsione del conseguente, logorroico, “monologo cattedratico” da Pubblico Ministero che in veste di accusa, arringa la Giuria tracciando il profilo criminale dell’imputato attraverso l’evocazione delle peggiori qualità riconducibili al lato più oscuro della natura umana.  E’ un fiume di parole in piena, che accumula detriti trascinando via tutto ciò che incontra, per trovare la calma soltanto alla fine, una volta sfociato in mare.  E’ un esercizio di auto affermazione, di legittimo dominio auto referenziale, travestito neanche troppo abilmente, da opportuno quanto inevitabile momento educativo.

Apprendo da Virgilio.it che “A pochi giorni dall’inizio degli esami di licenza media e di maturità, sta raccogliendo consensi l’appello di alcuni professori ed intellettuali rivolto ai componenti delle commissioni perché non aiutino gli studenti impegnati nello svolgimento delle prove: in poche ore il documento, realizzato dal “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”, è stato sottoscritto da oltre 400 prossimi esaminatori.”

Questo è il link dell’intero articolo

http://notizie.virgilio.it/notizie/2011/06_giugno/04/esami-di-stato-400-prof-dicono-basta-agli-aiutini-per-studenti,29902077.html

ma mi domando se l’iniziativa non sia demagogica e intempestiva rispetto ai propositi che promuove: valori come il merito, la rettitudine, il rispetto verso se stessi e gli altri, ovvero il senso della dignità se non quello del buon senso, non dovrebbero essere trasmessi ai ragazzi durante tutto il percorso scolastico? Voglio dire che se i ragazzi danno per scontata l’idea di avvalersi di furbizie e strumenti illeciti, non abbiamo forse già fallito l’obiettivo educativo che è al centro della formazione scolastica?

Se un ragazzo decide di prepararsi agli esami con i peggiori propositi e la migliore tecnologia, o non è stato formato adeguatamente dai suoi insegnanti, oppure ha discutibili inclinazioni genetiche verso la violazione delle regole.  Se si trattasse di un caso isolato, sarebbe una sgradevole ma comprensibile eccezione…ma se fosse un fenomeno sistemico, allora troverei alquanto ipocrita cercare di fermarlo al capolinea, preoccupandosene solo in sede d’esame.

Vorrei partire dal concetto per il quale lo scarso rendimento di una classe rappresenta la scarsa efficienza degli insegnanti e il fallimento della scuola quale baluardo dell’istruzione e della crescita dei giovani che le vengono affidati.

Se lo stipendio e la carriera degli insegnanti venissero parametrati in base al rendimento e alla serenità dei propri discenti, penso che qualcosa cambierebbe, in meglio. Ho voluto appositamente aggiungere l’elemento della serenità perché a volte il buon senso viene sacrificato sull’altare della performance assoluta, per cui il fine giustifica sempre i mezzi. E invece no: non quando si tratta della crescita dei nostri figli, dei protagonisti della nostra futura società; dei futuri architetti che disegneranno le nostre case dei nostri nipoti, i medici che cureranno la nostra vecchiaia, i politici che faranno crescere il nostro paese in un’economia virtuosa, per la prosperità di tutti.

Smettiamo di considerare alunni e insegnati, come se fossero contrapposti per natura anziché parti complementari dello stesso splendido scenario. Quello tra docenti e discenti non è un mero rapporto tra cliente e fornitore, non è il territorio naturale di un corso di sopravvivenza ma è l’esercizio dell’inalienabile diritto a una sana crescita psicofisica dell’individuo, affinché possa integrarsi nella vita sociale per contribuirvi consapevolmente e responsabilmente.

Un altro aspetto delicatissimo riguarda l’entità dell’impatto che la qualità dell’opera formativa ha nell’età evolutiva. Un comportamento aggressivo di un insegnante, qualunque fosse la materia in questione, avrà certamente gravi ripercussioni sullo sviluppo della personalità dello studente, oltre che generare avversità per la materia stessa.

Al contrario, alcuni insegnati, innamorati della propria materia, riescono a trasmetterne lo spirito e i contenuti con grande enfasi ed efficacia, rendendola piacevole e interessante.

Ma il vero tema riguarda la mappa con la quale rappresentiamo l’essenza di un docente, a prescindere dal contesto storico e culturale del momento: se vederla o meno come una sacra missione da compiere, piuttosto che un’attività devota soltanto al giorno di riscossione dello stipendio.  Il mio parere è che quello degli insegnanti sia un lavoro molto sottovalutato e molto speciale, assimilabile per delicatezza a quello dei medici, visto l’impatto che può avere sulla salute intellettuale e psicofisica di ragazzi e ragazze.  Per questo anche gli insegnanti dovrebbero ispirarsi al “giuramento di Ippocrate”, consapevoli di quanto il proprio ruolo sia legato al destino della società e al futuro di tante persone.

Immaginiamo che quel bambino che stiamo formando, un giorno potrebbe salvare delle vite in una sala operatoria: quale sarà stato il nostro contributo nel facilitargli questo percorso?

Quante volte abbiamo riflettuto sulla straordinaria peculiarità che la natura umana esprime nel permetterci di evolvere continuamente, in ogni singolo istante della nostra vita? Quanto è incredibile l’impatto che il nostro comportamento avrà nel futuro di un’altra persona? Quante volte ci siamo sforzati di vedere in una bambina la donna che sarà domani?

Pensiamo a personaggi come Barack Obama, Albert Einstein, Adolf Hitler, e consideriamo che un giorno siano stati bambini anche loro, prima di influenzare inevitabilmente il mondo con il loro operato, giusto o sbagliato..  come potrebbero essersi sentiti quei professori che avessero seguito la carriera dei propri allievi ?

Qualche giorno fa, un’insegnante d’inglese mi confidò che se un giorno avesse scoperto di essere temuta  dai propri allievi, avrebbe preferito abbandonare l’insegnamento.

Ci sono insegnanti che amano il proprio lavoro e i propri allievi, consapevoli di quanto insieme si possa contribuire al futuro del mondo per farne un posto migliore. Sono veri professionisti, capaci di lasciare i problemi personali fuori dalle aule, per impegnarsi a dare il massimo, guidati dalla voglia di vedere crescere e maturare i propri ragazzi: sono persone consapevoli della gestione di un rapporto straordinario in cui il dare – avere è un quotidiano esercizio reciproco; è gente capace di sperimentare e mettersi in discussione ogni giorno per amore della verità e della solidarietà.

Mia madre era così, sebbene  severa perché si spendeva con lo stesso impegno che pretendeva dalle sue allieve: ciò che contraddistinse la sua opera professionale fu di avere sempre tenuto presente lo scopo educativo e la responsabilità di cui si è investiti quando si ha il privilegio di poter guidare la crescita dei più giovani. Per questo prima di mettere in discussione il rendimento o il comportamento di uno studente, metteva sempre prima  in discussione se stessa e il sistema in cui le cose avvenivano.

All’alba degli scrutini e degli esami scolastici, sarebbe bello se ogni proposito e valutazione avvenisse guardando prima lo scenario da tutte le prospettive possibili… dopo tutto, gli esami dovrebbero essere una prova da affrontare serenamente per festeggiare la fine di un anno di duro lavoro (per tutti).

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1 Comment

  1. Interessante questo articolo, è la prima volta che approdo a questo sito… Condivido tutto pienamente… Qualche volta ne ho parlato con i miei colleghi ma dai professori, l’ardua sentenza: “la formazione non è in vendita!”
    Ora non dico che la scuola privata sia meglio di quella pubblica, anche se sotto certi aspetti questo è anche vero. Quel che mi sento di condividere con questo articolo è che la crisi non deve giustificare comportamenti poco pedagogici degli insegnanti. Un pedagogo come Josei Toda sa come comunicare individualmente, senza equivocare… sono sicuro che l’avrebbe fatto anche se si fosse trovato ad insegnare in una scuola come le nostre. Pedagoghi come Lui sanno benissimo come creare persone di valore…
    Andrea (Itai Doshin: Diversi corpi, stessa mente!)

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