Month: dicembre 2010

La speranza

Anche quest’anno sta per finire e come sempre è tempo di bilanci.

Tra l’altro, il 2010 ha dato i natali a questo Blog da cui spero di avere offerto qualche utile spunto di riflessione ai numerosi avventori che vi sono transitati più o meno regolarmente. L’ultimo spunto che desidero lanciare sul photofinish riguarda proprio la celebrazione del Capodanno, con le sue tradizioni, convinzioni, desideri e buoni propositi, proprio perché l’immaginario collettivo è rappresentato da una “mappa” abbastanza comune e diffusa, che bene descrive il nostro modo di pensare nei confronti del passato, presente e futuro.

Significativa è l’invenzione del tempo, affinché l’uomo potesse orientarsi attraverso gli eventi, con un modello organizzativo che prende il nome di stagioni, anni, mesi, giorni, fino ad arrivare ai millesimi di secondo. In questo modo, il 31 dicembre di ogni anno è come se qualcosa avesse veramente terminato il suo corso..come se la natura potesse predisporci una ricarica nuova da spendere per i successivi 12 mesi: potremmo attribuire i nostri eventuali insuccessi a un anno particolarmente sfortunato e,  naturalmente secondo questa mappa, le nostre speranze verrebbero riposte nel nuovo anno, cui attribuiremmo il potere mistico di determinare la nostra fortuna, come se la vita dipendesse più da fatti esterni che dalla qualità e quantità del nostro operato.

Certo, molti diranno che augurarsi che il nuovo anni ci porti qualcosa di buono è solo un luogo comune, una tradizione popolare e niente altro..ma a guardare i dati di crescita del super enalotto, del win for life e delle diaboliche slot machine che popolano bar e tabaccherie di tutta Italia, direi che il futuro del genere umano si stia attaccando più a un’improbabile speranza che a poche ottimistiche certezze. Non che la fortuna abbia mai avuto un ruolo trascurabile nella vita delle persone..ma almeno ai tempi dei nostri nonni si diceva che aiutava gli audaci, che proprio non sono quelli che oggi comprano il “gratta e vinci” all’ Autogrill..

Eppure se oggi abbiamo l’elettricità, internet, gli aerei di linea che ci portano oltreoceano, l’aria condizionata..se abbiamo sconfitto le malattie di ogni secolo e portato acqua e gas nelle case, lo dobbiamo a uomini e donne che hanno scommesso su qualcosa di più che un numero della roulette: parlo di persone che hanno creduto fortemente nelle infinite potenzialità dell’essere umano  dedicando ogni propria risorsa per individuare le possibili soluzioni ai disagi di ogni tempo, se non per migliorare la qualità di vita della specie.

Dedico queste righe ai medici e paramedici che militano negli ospedali africani dove non c’è tempo per aspettare un colpo di fortuna e dedico queste riflessioni a chiunque si trovi per scelta ad operare dove soltanto sperare nel nuovo anno non allevierà le sofferenze dei più deboli. Desidero onorare chi, per fede, per coraggio, per solidarietà, si mobilita ogni giorno per fare di questo pianeta un posto migliore in cui vivere, spinto dalla convinzione che avremmo già le risorse necessarie per riuscirci se soltanto ci  impegnassimo tutti insieme. Per inseguire questo sogno non occorre necessariamente essere scienziati, astronauti, medici o ingegneri: basterebbe capire meglio il valore della vita, apprezzarne la sua varietà, rispettandone i valori, condividendo risorse ed obiettivi per offrire una esistenza dignitosa a tutti.

E allora Buone Feste, soprattutto alle donne e agli uomini di buona volontà che sono oggetto delle altrui speranze.

il problem solving e la parabola del barometro

Per la maggior parte di noi, risolvere un problema è un compito più legato a un metodo che all’ingegno: è più correlato con l’apprendimento e la messa in opera di un determinato protocollo comportamentale che alla capacità di riflettere, immaginare ed elaborare varie possibilità d’intervento tra le quali individuare quella che sembra più appropriata al caso.

Dopotutto non è un caso se coniamo proverbi del tipo: chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova..  siamo attaccati alle nostre piccole grandi certezze e ci sentiamo confortati da questo bagaglio di ovvietà fino a quando, inevitabilmente qualcosa interviene dimostrandoci che la vita è fatta di continui mutamenti ai quali sottrarsi è impossibile per chiunque.

Pertanto, soluzioni vecchie, che su un determinato contesto hanno sempre funzionato, non è detto che non possano fallire: magari il campo è lo stesso, la squadra anche, gli avversari pure..ma un diverso allenatore potrebbe sconvolgere un risultato apparentemente scontato; oppure quel giorno gli avversari sono più forti della stagione precedente..tutto può cambiare..e allora diventa importante saper improvvisare nuove e diverse soluzioni, reazioni, comportamenti, per trovare quel qualcosa che può essere funzionale e complementare a quel qualcos’altro. Insomma, la quadratura del cerchio, la tessera del mosaico, l’incastro del puzzle.

Per sua natura, la mente umana, tende sempre a cercare tra le proprie esperienze quella che somiglia di più alla situazione presente che sta vivendo, nel tentativo di individuare immediatamente un comportamento adatto alla circostanza: se la soluzione più evidente non funzionasse però, allora dovrebbe appellarsi al suo lato creativo, che sempre in virtù dell’esperienze vissute, dovrebbe sforzarsi per trovare altre possibilità di successo. In questo campo è interessante notare come di fronte alla scarsità di idee, nel momento in cui in un gruppo qualcuno ne trova una, immediatamente altri individui ne trovano altre, come se più che un problema di esplosivo si trattasse di un problema di innesco. Certamente questo dimostra che la creatività ha spesso bisogno di stimoli esterni..tuttavia domandiamoci chi stimolerà mai il primo individuo? Magari la natura, un rumore o un’immagine..tuttavia è certo che chi possiede una spiccata attitudine nel trovare soluzioni, ha una mentalità molto aperta sia verso l’esterno che l’interno: ovvero una capacità di cogliere gli stimoli esterni e nel contempo saper rimettere in discussione ogni certezza acquisita affinché si possano generare nuovi schemi con la massima flessibilità.

A questo proposito, quello che segue è un simpatico racconto che ho conservato da diversi anni, immaginando che un giorno avrei potuto condividerlo per uno scopo meno ovvio delle quattro risate che è in grado di regalare.

Qualche tempo fa venni chiamato da un collega che mi chiedeva se potevo assisterlo nel valutare una risposta ad una domanda d’esame. Egli intendeva dare uno zero ad uno studente per una sua risposta ad un test di fisica, mentre lo studente sosteneva di meritare il massimo dei voti, e che così
sarebbe stato se il sistema non fosse stato truccato a svantaggio degli studenti. Sia lo studente che l’insegnante concordarono di accettare il giudizio di un giudice imparziale, ed io venni scelto per questo.
Andai nell’ufficio del mio collega e lessi la domanda dell’esame: “Dimostrare come sia possibile determinare l’altezza di un edificio con l’aiuto di un barometro”. Lo studente aveva risposto: “Portare il barometro in cima all’edificio, attaccarlo ad una lunga corda, calarlo fino alla strada e poi tirarlo su, misurando la lunghezza della corda. La lunghezza della corda equivale all’altezza dell’edificio.” Io feci presente che lo studente aveva effettivamente delle buone ragioni dalla sua, considerando che davvero aveva risposto alla domanda completamente e correttamente. D’altra parte, se gli fosse stato dato il massimo dei voti, questo avrebbe contribuito alla valutazione positiva della sua preparazione in fisica. Una valutazione positiva dovrebbe certificare una competenza nel campo della fisica, e la risposta non corroborava questa ipotesi. Suggerii perciò che allo studente venisse concessa una seconda possibilità per rispondere alla domanda.
Non mi sorprese quando mio collega si disse d’accordo, ma mi sorprese quando fu lo studente a dichiararsi d’accordo. Diedi perciò sei minuti allo studente per rispondere alla domanda, con l’avvertimento preventivo che la risposta avrebbe dovuto dare prova delle sue conoscenze di fisica. Alla fine dei primi cinque minuti, non aveva ancora scritto nulla. Gli chiesi se volesse ritirarsi, ma rispose di no. Aveva un sacco di risposte al problema, stava solo pensando a quale fosse la migliore. Gli chiesi scusa per averlo interrotto e lo pregai di continuare.
Nel minuto successivo, scrisse fulmineamente una risposta che diceva: Portate il barometro in cima all’edificio e sporgetevi in fuori oltre l’orlo del tetto. Lasciate cadere il barometro, cronometrandone la caduta e quindi, usando la formula x =0.5*a*t^2, calcolare l’altezza dell’edificio.”
A quel punto, chiesi al mio collega se volesse arrendersi. Lui accettò, concedendo allo studente quasi il massimo dei voti. Mentre me ne stavo andando dall’ufficio del collega, mi ricordai che lo studente aveva detto che aveva altre risposte al problema, e gli chiesi quali fossero.
“Beh,” disse lo studente “ci sono molti sistemi per scoprire l’altezza di un edificio usando un barometro.” “Per esempio si può portar fuori il barometro in una giornata di sole, e misurare l’altezza del barometro, la lunghezza della sua ombra e la lunghezza dell’ombra dell’edificio, e poi, usando una semplice proporzione, determinare l’altezza dell’edificio.”
“Bene,” gli dissi “e ci sono altre risposte?” “Certo,” disse lo studente “C’è un sistema di misura molto semplice che le piacerà. In questo metodo, si prende il barometro, e si cominciano a salire le scale. Salendo le scale, si segna con un tratto la lunghezza del barometro sulla parete. Poi si contano le tacche, e questo le fornisce l’altezza dell’edificio in barometri.” “Un metodo molto diretto.”
“Naturalmente Se vuole un metodo più sofisticato, può legare il barometro ad un pezzo di spago, farlo dondolare come un pendolo, e determinare il valore di g a livello strada ed in cima all’edificio. Dalla differenza dei due valori di g, si può calcolare, in linea di principio, l’altezza dell’edificio.”
“Parimenti, si può portare il barometro in cima all’edificio, attaccarlo ad una corda lunga, calarlo fin quasi a livello strada e poi farlo oscillare come un pendolo. Si può calcolare l’altezza dell’edificio dal periodo della precessione.” “Infine,” concluse, “ci sono molti altri metodi per risolvere il problema.
Probabilmente il migliore”, disse, “consiste nel portare il barometro nello scantinato, e bussare alla porta del custode quando il custode apre, gli si dice così:’Signor Custode, ecco qui un bel barometro. Se lei mi dice l’altezza dell’edificio, glielo regalo.”
A questo punto, chiesi allo studente se davvero non conoscesse la risposta convenzionale alla domanda. Lui ammise di conoscerla, ma disse che si era francamente stufato di docenti universitari che cercavano di insegnargli come pensare.

Quante volte a scuola ci hanno spiegato le finalità per le quali dovevamo sottoporci agli studi di una materia o di un argomento?

Avete mai sentito un’insegnante di geografia parlare di jet lag?  Sicuramente la spettacolare reazione delle Mentos nella Coca Cola non l’avrete appresa dal prof. di chimica, ne’ quello di fisica vi avrà parlato di balistica spiegando che il tappo di uno spumante d’Asti nel primo metro di percorrenza raggiunge i 200km/h , grazie alla pressione (di circa 7 atmosfere) del gas, provocata dalla decomposizione degli zuccheri in fermentazione..

La chiave dell’apprendimento è nel coinvolgimento, nella condivisione che porta alla motivazione, nello stimolo della curiosità che spinge a voler capire per se stessi anziché per la gloria di un voto.  Le capacità di pensiero, riflessione, elaborazione, sono già preinstallate dalla natura e necessitano solo di stimoli per esercitarsi: per un giovane lo stimolo non è l’ipotenusa ma come calcolare il piano inclinato della rampa da skateboard, è studiare l’inglese partendo dai testi del suo cantante preferito, è partire dalla storia più recente per capire perché i suoi nonni dovevano dormire in un rifugio anti aereo, è dibattere sul pessimismo cosmico di Leopardi per confrontarlo con quello della sua adolescenza o della sua civiltà.  Forniamo uno scopo capace di ispirare la curiosità e lo studio di qualsiasi attività umana, affinché la passione guidi i giovani verso la ricerca infinita delle risposte che l’ignoto nasconde..e avremo facilitato lo sviluppo di menti brillanti, sempre tese a capire, con passione e flessibilità, verso se stesse e verso la vita.

impensabile non vuol dire impossibileunthinkable does not mean impossible

Una celebre frase del grande pilota (di automobilismo) Mario Andretti recita: “se hai la sensazione di avere la situazione sotto controllo, evidentemente non stai andando abbastanza veloce..”

Com’è possibile capire se possiamo andare oltre il nostro limite se ancora non l’abbiamo raggiunto??

Che cos’è il limite? In teoria è il punto oltre il quale, in un determinato momento, di fronte a un certo ostacolo, non abbiamo la capacità di andare oltre..in pratica, il limite è un’idea, una convinzione: la nostra personalissima rappresentazione di un luogo, una linea, un punto  oltre il quale riteniamo di non poter andare, tanto con il corpo (pensiamo all’asticella del salto in alto) quanto con la mente (come nel caso di un calcolo matematico di elevata complessità).

Le origini di questo atteggiamento mentale possono essere svariate,  come una scarsa autostima, una discutibile capacità di auto valutarsi, la predisposizione a lasciarsi influenzare dal pessimismo altrui…in ogni caso, è quasi sempre vero che, posti di fronte ad una serie di ostacoli, il primo, il più insormontabile,  è quello che ci siamo creati noi stessi, con le nostre indecisioni, incertezze e fragilità. Ovviamente, una volta stabilita l’inviolabilità dell’ostacolo, l’alpinista cesserà di scalare la montagna, il maratoneta cesserà di correre, lo studente smetterà di studiare, lo scienziato non farà più ricerche, il soldato smetterà di combattere.

La buona notizia è che se il limite è nella nostra mente,  (e credetemi, è li che risiedono la maggior parte degli ostacoli che incontriamo nella vita) esso si trova proprio nel posto meno sicuro per sopravvivere nel tempo.  Se il limite è un’idea, le idee possono cambiare e diventare una fantastica avventura in cui confrontarsi continuamente con se stessi e con il mondo circostante, per sfidare e sfidarsi, crescere ed evolvere.

Dopo tutto, i limiti non sono altro che un codice convenzionale per condividere un parametro che possa, prima o poi, essere infranto.

Per fare questo, bisogna per prima cosa crederlo possibile: come il record dei 200mt. piani stabilito da Mennea nel 1979, poi superato 17 anni più tardi da Michael Johnson; possibile come la scalata delle 14 montagne oltre gli ottomila metri (Reinhold Messner); possibile come sopravvivere due mesi e mezzo, imprigionati in una miniera a 700mt. di profondità (i minatori Cileni). Una volta capito e deciso che questo punto di riferimento è lì solo per essere superato, occorre elaborare una strategia per riuscirci ed applicare ogni tattica possibile, spendendo ogni risorsa disponibile, del corpo e della mente.

Per superare i propri limiti bisogna imparare a conoscerli e l’unico modo per farlo è frequentarli il più possibile, allenandosi con grande impegno ai massimi livelli, per abituarsi a quella zona in cui possibile e impossibile convivono, separati da una membrana invisibile e permeabile, dove vincere o cadere può dipendere da un soffio..

Per questa ragione, anche l’atleta più forte e talentuoso, se in allenamento non cade mai, significa che non sta prendendo confidenza con i propri limiti.. Cadere è una conseguenza dell’osare, del credere possibile, del combattere, del determinarsi a raggiungere l’obiettivo.

Cadere significa avere trovato il limite e finalmente avere visto con chi avere a che fare, per poterlo studiare, affrontare e battere.

Si comincia camminando a malapena sulla trave e si finisce per fare un salto mortale rovesciato sulla corda..e quello che un giorno era impensabile, finisce per diventare possibile. Già, perché spesso le cose che riteniamo impossibili restano tali solo fino a quando le consideriamo impensabili.A famous phrase of the great driver (motor racing) Mario Andretti says: “If you feel that you have the situation under control, you’re not going fast enough ..”
How could we go beyond our limits if we have not reached yet?
What is the limit? In theory, the point beyond which, at a given moment, facing a certain obstacle, we do not have the ability to go further .. in practice, the limit is an idea, a conviction that our own personal representation of a place , a line, a point beyond which we cannot go, nor with the body (think hight jumping stick) neither with the mind (as in the case of a highly complex mathematical calculations).
The origins of this mindset can be varied, such as low self-esteem, a questionable ability to self-evaluation, the tendency to be influenced by the pessimism of others … in any case, it is almost always true that, faced with a series of obstacles, the first, the most intractable is that we have created ourselves, with our indecision, uncertainty and fragility. Of course, once established the inviolability of the obstacle, the climber will cease to climb the mountain, the marathon will cease to run, the student will stop to study, the scientist will cease the research, the soldiers stop fighting.
The good news is that if the limit is in our mind, (and believe me, it’s there that counts most of the obstacles we encounter in life) it is located in the least safe place to survive over time. If the limit is an idea, ideas can change and become a fantastic adventure, an exciting challage with ourself and the surrounding world, to fight and compete, grow and evolve.
After all, the limits are nothing more than a conventional code to share a parameter that can, sooner or later be broken.
To do this, we must first believe it possible: as a record of 200 meters drawn up by Mennea in 1979, then passed 17 years later by Michael Johnson; as possible to climb the 14 mountains over eight thousand meters (Reinhold Messner); possible as survive two and half months, trapped in a mine at 700 mt. depth (Chilean miners). Once understood and agreed that this reference point is there only to be overcome, it must be develop a strategy to succeed and to apply every tactic possible, spending every available resource, related to the body as much as the mind.
To overcome our own limitations we must learn to know them and the only way to do this is to attend them as much as possible, training with great commitment at the highest levels, to get used to the area where possible and impossible live together, separated by an invisible, permeable membrane, where win or fall may depend on a breath ..
For this reason, even the strongest and most talented athlete, whether in training never falls, it means that he is not getting to grips with its limitations .. Falling is a consequence of dare, of  believeing in the human being, of fighting supported by the determination to achieve the goal.
Falling means you have found the limit and finally have seen those who you have something to do, to be able to investigate, compare and defeat.
It barely begins walking on the beam and you end up doing a flip upside down on the rope .. and what a day was unthinkable, ends up as possible. Yeah, because often the things are impossible until we consider them unthinkable.

il Talentothe Talent

A volte basta davvero poco..alcuni bambini, basta osservarli e ci si rende subito conto del loro talento: per la musica, lo sport, l’arte, o per una delle tante attività che caratterizzano il genere umano. Spesso il talento traspare inevitabilmente, con grande naturalezza, evidente e radioso come il colore dell’alba. Una volta scoperto, è facile per un genitore incoraggiare i propri figli a esprimere questo dono con spontaneità, poiché altrettanto spontaneo è il meccanismo che lo genera, a prescindere dalla sua specificità.

Meno imprescindibile è il contesto, ovvero quanto lo scenario possa favorire o meno i suoi possibili protagonisti. Lo dico perché a volte non sempre è possibile scorgere il sole che sorge: a causa delle nuvole, per nostra distrazione, assenza, o perché attratti da altre cose. Così, alcuni di questi talenti restano sottaciuti, inespressi, inutilizzati, come il biglietto vincente della lotteria dimenticato in un cassetto..

A volte però, il tempo è galantuomo e può accadere che nuovi eventi riescano a scuotere anche il più robusto degli alberi, facendo cadere a terra dei frutti mai visti, liberando risorse a lungo nascoste, capaci di cambiare in meglio la vita di una persona e, sovente, non solo la sua.

Un caso storico, portato agli onori della cronaca mondiale, è certamente quello di Susan Boyle  (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): un grande, incredibile talento, rimasto a lungo nascosto dietro la propria apparenza e ai pregiudizi che da questa scaturivano.

Sono tante le ragioni per cui certi doni che la natura ci regala, tardano a rivelarsi: di certo uno dei motivi per i quali adoro il mio lavoro è perché mi offre l’opportunità di aiutare le persone a trovare il proprio tesoro, per apprezzarlo, goderlo e condividerlo con gli altri; non meno appassionante è affiancare chi già è consapevole delle proprie risorse ma desidera averne un maggiore controllo per raggiungere più agevolmente i propri obiettivi.

Ho visto persone ultraquarantenni realizzare sogni ultraventennali, con l’entusiasmo di un bambino, la consapevolezza di un adulto, l’incanto di chi ha riscoperto la vita e la leggerezza di chi ha capito come prenderla.

A prescindere da chi lo possiede, il talento è una magia che non ha età , che non ha scadenza: è un isola che attende di emergere, una vela spiegata in attesa del vento,  un fiore che prima o poi sboccerà liberando profumi e colori.

Per questo il talento va scovato, stanato, sfamato, coltivato, cresciuto, protetto, incoraggiato.  E’ una delle risorse naturali più preziose del patrimonio umano: accrescerne la consapevolezza, imparare ad avvalersene con abilità e coscienza, significa dare un senso compiuto a questo dono, valorizzando la nostra stessa natura. Capito questo, mettere il proprio talento al servizio degli altri è sicuramente il modo più bello per ringraziare chi ce l’ha procurato, indipendentemente da chi ci piace pensare che sia stato.Sometimes you just really a little .. some children, just look at them and we are immediately aware of their talent for music, sports, art, or for one of the many activities that characterize the human race. Often, the talent shines through inevitably, quite naturally, clear and bright as the color of the sunrise. Once discovered, it is easy for a parent to encourage their children to express this gift with spontaneity, just as spontaneous as it is the mechanism that generates it, regardless of its specificity.
Less essential is the context, I mean, how the scenario could help or not its possible protagonists. I say this because sometimes it is not always possible to see the rising sun: because of the clouds, to our distraction, absence, or because we were attracted by other things. Therefore, some of these talents remain unspoken, unexpressed, unused, as the winning lottery ticket forgotten in a drawer..
But sometimes, time is a gentleman and it is possible that new events are able to shake even the sturdiest of trees, making the unseen fruits fall to the ground, freeing up resources in the long hidden, that are able to change a person life, in  better, and , often, not just his.
A historical case, led to the headlines worldwide, is certainly that one about Susan Boyle (http://www.youtube.com/watch?v=X9whxWNI7bE&feature=related ): a great, incredible talent, long remained hidden behind their appearance and prejudices that arose from this.
There are many reasons why certain gifts that nature gives us, are slow to be: certainly one of the reasons why I love my job, it’s related with the opportunity to help people find their treasure, to appreciate, enjoy it and share it with others, not less exciting than supporting those who already are aware of their resources but want to have more control to better achieve their goals.
I’ve seen people over 40 realizing dreams which were lasting for decades, with the enthusiasm of a child, the awareness of an adult, who has rediscovered the magic of life and lightness of those who have figured out how to get it.
Regardless of who owns it, talent is a spell that has no age, which is not dated: it is an island waiting to emerge, a sail awaiting the wind, a flower that will blossom releasing scents and colors.
This is why talent should be discovered, dug out, fed, cultivated, grown, protected, encouraged. It is one of the most precious natural resources of the human heritage: raising its awareness, learning to use it with skill and conscience, is to give full meaning to this gift, celebrating our own nature. Understanding this, putting our own talents at the service of others is surely the most beautiful way to thank those who have procured it to us, regardless of whoever we like to think it was.

© 2018 Marco Formica

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