Month: novembre 2010

Lezione di felicita’Lesson of Happiness

Era bella la mia Porsche, la mia prima 911, bianca e muscolosa, elegante e al tempo stesso sportiva: era la manifestazione visibile della mia personalità, il prolungamento smisurato del mio ego, o, se preferite, il prolungamento del mio ego smisurato.

Comunque, adoravo quella macchina e l’accudivo con la stessa maniacalità con la quale ciascun adone cura se stesso.

Un giorno come tanti, guidando in città, una piccola distrazione le costò l’offesa di un parafango ammaccato. Un danno da poco per molti, una coltellata sul quadricipite femorale per me: come quando una macchia di sugo si tuffa sulla tua cravatta migliore, o ti accorgi che le tarme hanno banchettato con il tuo pullover di cachemire,  o cogli in flagrante la fidanzata (tua) con il migliore amico (tuo, anche quello). Insomma, la tragedia greca interpretata con pessimismo cosmico leopardiano, elevato all’ennesima potenza.

Non ero neanche sceso a guardare: non volevo sapere ciò che già immaginavo e non volevo che i miei occhi potessero scorgere un dramma ancor peggiore di quanto l’immaginazione non avesse già fatto. E poi era sabato e con i carrozzieri chiusi non avrei neppure potuto cercare il conforto immediato del pronto soccorso.  Come gettare benzina sul fuoco, direte voi: no, per me era come un B-29 che sganciava napalm su una raffineria di petrolio.

Ero così giunto a un semaforo e, nell’attesa del verde, biascicavo tutto il mio odio per quel giorno nefasto, con virtuosismi semantici che avrebbero oscurato un’aurora boreale, tanto che se la rabbia fosse stata una forma di energia alternativa, avrei potuto alimentare un quartiere di Los Angeles e avanzarne per scongelare il Polo Nord.

Mentre tutto questo accadeva, la mia attenzione venne attratta da un signore dall’aspetto distinto, che con aria serafica attraversava la strada con il suo cane. Aveva un passo tranquillo e sicuro, un viso rilassato e procedeva sereno per la sua strada incurante del caos cittadino: su una mano impugnava un bastone bianco, troppo sottile per sorreggere il suo peso..sull’altra stringeva qualcosa che somigliava più alla maniglia di un carrello della spesa che a un guinzaglio per cani.  Attraverso il parabrezza, come fosse stato dallo schermo di un televisore, osservai inebetito questo “non vedente” attraversare la strada: sul viso un sorriso che pareva fare il verso alla Gioconda, una postura eretta che esprimeva dignità, procedeva con grande naturalezza, accompagnato dal suo fedele amico a quattro zampe.

Fu come accendere un faro sul mio incommensurabile egoismo egocentrista, sulla fragilità del mio sistema valoriale, su quelle deficienze che il moderno linguaggio magnanimamente definirebbe “aree di miglioramento”..

Sembrava un film, un fulmine a ciel sereno, un bagno d’umiltà nel Gange, la quiete dopo la tempesta, un sorso di saggezza dopo l’arsura della follia, il ritorno alla ragione dopo il delirio, un assaggio di felicità dopo l’oblio.

A volte per crescere basta essere un po’ curiosi, saper osservare e confrontare cosa ci accade dentro con ciò che accade fuori: solo allora sarà possibile capire quanto la lungimiranza sia una virtù più legata alla mente e allo spirito che alle diottrie..e che la vita è una grande riserva di opportunità dove la caccia è sempre aperta, senza discriminazioni di sorta, alla portata di chiunque abbia voglia di guardarsi intorno, vedente o meno..She was beautiful my Porsche, my first 911, white, muscular, elegant and sporty at the same time: it was the visible manifestation of my personality, the invaluable extension of my ego, or, if preferred, the extension of my invaluable ego.
However, I loved that car and I took care of her with the same maniacal care with which each Adonis cares himself.
A day like any other, driving in the city, a small distraction caused her a dented fender. A little damage for  most of the people, a jacknife in the quadriceps femoris for me, as when a drop of coffee lands on your favorite tie, or you realize that the moths have feasted with your cashmere sweater, or your girlfriend has escaped  with the best friend (yours, even that). In short, the Greek tragedy played with cosmic pessimism, elevated to the nth degree.
I was not even looking down there, avoiding  to discover a drama even worse than my imagination had not already done so. And then it was Saturday and with the body-workers closed, it wouldn’t  even offered the consolation by  an immediate first aid. Like throwing gasoline on the fire, you may say: no, for me it was like a B-29, which unleashed napalm on an oil refinery.
I was thus arrived at a traffic light, waiting for the green, muttering all my hatred for that fateful day, with semantic virtuosity that would have obscured the aurora borealis, so that if the anger had been a form of alternative energy, I could supply a neighborhood of Los Angeles, and still have some more to thaw the North Pole.
While all this was happening, my attention was attracted by a distinguished-looking gentleman, who with seraphic mood was crossing the street with his dog. He had a quiet and safe passage, a relaxed face and proceeded to his own way regardless of the surraunding chaos: on one hand he held a white stick, too thin to support his weight, whilst on the other grasped something that looked more like the handle of a shopping cart than a dog leash. Through the windshield, as it was from a TV screen, I watched this “blind” crossing the street with a smile depicted on his face that seemed to make the Mona Lisa, an upright posture expressing dignity, proceeded quite naturally, accompanied by his faithful canine friend.
It was like turning a light on my immeasurable egocentric selfish, on the fragility of my value system, on those deficiencies that modern language generously would define “areas of improvement” ..
It looked like a movie, a thunderclap, a humility bath in the Ganges river, the calm after the storm, a taste of wisdom after the burning of madness, the return to reason after the delirium, a taste of happiness after the oblivion.
Sometimes in order to grow up, you just need to be a little curious as much as to observe and compare what is happening inside with what is happening outside: only then can you understand how “the vision” is a virtue which is more linked to the mind and spirit than a bunch of diopters , as much as life is a boundless prairie of opportunities where hunting is always open, without any discrimination, within the possibility of anyone is willing to look around, blind or not ..

I nostri limiti

In America, i miei colleghi li chiamano “limiting beliefs”, ovvero le convinzioni, i pensieri che sono alla base delle nostre limitazioni: quando pensiamo di non essere all’altezza di un incarico,  o crediamo che certi obiettivi siano fuori dalla nostra portata, spesso dipende dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi e delle “capacità che non pensiamo di avere”; curiosamente, entra in gioco una sorta di auto-reputazione che ci siamo attribuiti nel tempo attraverso le esperienze che si sono susseguite .

Naturalmente, per molti è più comodo pensare di non avere i mezzi per eccellere in qualcosa, piuttosto che impegnarsi e mettersi in gioco per dimostrare il contrario: in questo modo non si rischiano brutte figure, in quanto non si alimentano le aspettative di chicchessia e tanto meno le proprie. Tutto questo però, al caro prezzo di lasciare inespresse alcune delle potenzialità che potrebbero fare la differenza nella nostra vita: questa cosa il nostro inconscio la sa bene e si preoccupa di farcela sapere attraverso quel sottile senso d’insoddisfazione con il quale ci svegliamo ogni mattina, fino a quando quel vago ma continuo senso di frustrazione non ci spingerà ad esplorarne le cause.

Si dice che per “parcheggiare”  un elefante sia sufficiente legarlo ad un modesto paletto, poiché egli è altrettanto legato al ricordo di quando, da cucciolo, non aveva la forza per liberarsene. Insomma, un bestione di qualche tonnellata, capace di sollevare agilmente un tronco d’albero, per tutta la vita resta prigioniero della propria convinzione di non poter spezzare un comune paletto di legno.  Tutto questo per dire quanto certi fenomeni che ci limitano nella quotidianità, siano da cercare più dentro di noi che altrove (come a volte  preferiamo  credere che sia).

I sintomi delle “convinzioni limitanti” sono tipicamente quelli di chi si esprime enunciando un obiettivo mentre al contempo si giustifica per la mancanza dei mezzi necessari al suo raggiungimento: si esprime descrivendo ciò che non ha e ciò che non vuole, piuttosto che affermare cosa vorrebbe ottenere, valutando quali siano le risorse a disposizione per lo scopo. Insomma, per chi “doveva andare a Milano ma la macchina era ancora dal meccanico”, non ci sono piani di riserva che contemplino alternative quali prendere il treno o l’aereo,  noleggiare un auto piuttosto che chiederla in prestito..

Sul fronte opposto, ricordo quando insegnai a sciare a un uomo che aveva perso le gambe dalle ginocchia in giù (ovviamente portava delle protesi per camminare): lui ebbe il coraggio di chiedermi se avrebbe potuto imparare (pensandolo possibile); io ebbi la sfacciataggine di proibirgli di noleggiare l’attrezzatura caldeggiandone l’acquisto per dimostrargli quanto fossi convinto che avrebbe sicuramente sciato. Sarà stato un azzardo, ma il fatto che entrambi lo avessimo creduto possibile, quanto il fatto che entrambi fossimo stati estremamente desiderosi di ottenerlo, fecero accadere la magia, o meglio qualcosa di molto più terreno ma dai risvolti emotivamente indescrivibili.. Certo, ovviamente occorre ricordare che a monte di tutto questo, da parte di chi opera  esiste una determinata sensibilità verso la circostanza, esiste un metodo che va applicato ed esiste un’esperienza con la quale interpretarlo per adattarlo al caso specifico.

Naturalmente, a parte le mie vicissitudini di Maestro di Sci, il tema delle “convinzioni limitanti” rappresenta una delle più frequenti aree d’intervento per un Life Coach: un affascinante viaggio alla riscoperta dell’individuo  e delle sue capacità di rinnovarsi per  affrontare una vita più consapevole e stimolante, con nuove risorse da impiegare per il raggiungimento delle proprie ambizioni.

In fondo, se ci pensate bene, non avere sogni potrebbe anche essere un vero problema..ma avere un sogno nel cassetto è soltanto una meravigliosa opportunità.

© 2018 Marco Formica

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